Marco Iacona –

Ho scoperto il libro di Jurij Gianluca Ricotti, “Goldrake, la storia di un mito” (ed. Minerva), in libreria. Sotto casa. Era in vetrina tra raccolte di saggi filosofici e di taglio sociologico. Non ho atteso neanche un attimo: ho contattato la casa editrice e attraverso essa ho chiamato l’autore. Nonostante siano passati sei anni dalla mostra torinese “Manga Impact” che visitai presso la Mole Antonelliana, ho un ricordo vivo degli oggetti esposti al piano terra, dei disegni e dei poster appesi alle pareti dei piani superiori. Ovviamente, per questioni anagrafiche faccio parte della generazione manga.

 

Jurij, parliamo di te prima di tutto. Sei un musicista e produttore. Chi sono i tuoi artisti? Con chi hai lavorato?

«Dal 2008 lavoro principalmente fuori dall’Italia. Nel 2009 fui contattato da Tony Renis per iniziare il progetto di quello che poi è diventato il “Volo”. Quindi ho lavorato coi ragazzi per alcuni anni fino al 2011 e ho fatto i primi tre dischi e i tour mondiali. Poi ho lasciato per andare a lavorare col papa».

 

Papa Francesco?

«Sì, mi sono ritrovato come direttore musicale di alcuni eventi promossi dalla Hope Music. Poi ho fatto alcune cose con artisti americani come Kevin Costner e Kasey Musgraves. Quest’anno ho vinto quattro Awards per uno spot della Chrysler che è uscito adesso e in questo momento sto lavorando con Andrea Bocelli».

 

Per il prossimo disco?

«Sì, insieme a Tony Renis e Humberto Gatica che sono i produttori».

 

Veniamo al libro, il primo che pubblichi?

«È il primo, l’ho fatto su Goldrake perché è una passione che coltivo da tempo. Un Hobby che avevo fin da bambino».

 

Lo hai scritto anche per un motivo particolare?

«In realtà essendo un collezionista – colleziono materiale di Goldrake da circa vent’anni – mi sembrava giusto pubblicare un libro incentrato più che altro sul materiale che ho recuperato negli anni. La storia di Goldrake, come è arrivato in Italia e chi l’ha portato attraverso i documenti storici… Ho recuperato tutti i documenti necessari durante gli anni. Da quelli poi ho tratto il libro».

 

Secondo te perché ha avuto grande successo in Italia?

«Non solo da noi ma anche in Francia! In questi paesi Goldrake è esploso. Sostanzialmente i motivi sono due. È stato il primo cartone animato robotico giapponese arrivato in Italia che innovava le animazioni Disney o quelle più semplici che giravano a quel tempo. Heidi era un cartone animato giapponese ma era meno affascinante per i bambini. Essendo stato il primo ed avendo caratteristiche scenografiche e di regia innovative colpiva immediatamente. È chiaro che è stato un fulmine a ciel sereno: quando è arrivato nessuno si aspettava un’animazione del genere e che fosse possibile farla a mano. Da lì nacque anche la leggenda che Goldrake sia stato realizzato al computer. Ma all’epoca i computer non potevano certo fare animazione».

 

Quando debutta in Italia?

«Nel 1978. Ma in realtà è del 1976 ed è la terza parte di una saga più vasta che è quella di Mazinga. Iniziata nel ’72 da Mazinga Z, proseguita nel ’74 col Grande Mazinga e conclusasi con Goldrake o Grendizer come si chiama in Giappone, nel ’76. Da noi arrivò nel 1978 perché acquisita attraverso canali franco-giapponesi».

 

A quel tempo quanti anni avevi?

«Sette anni».

 

Che Italia era? Forse non lo puoi ricordare. C’è qualcosa nel libro che parla di quell’Italia?

«Chiaramente sì! Il contesto storico è fondamentale per qualunque argomento si affronti. Era un periodo brutto, quello che chiamavamo anni di piombo – rapimento Moro, Brigate Rosse e quant’altro – poi io vivendo a Roma queste cose le sentivo a pelle. Anche se ero bambino era ben visibile nell’aria quell’atmosfera pesante, la paura dei genitori, il fatto di avere mille avvertenze… Era un periodo particolare. Goldrake è stato lo spiraglio per i bambini. Era naturale anche amarlo per quello».

 

Alla tua generazione che cosa ha insegnato? C’è qualcosa che è rimasto della sua “filosofia”?

«Go Nagai, il creatore, essendo “fan” di Dante e di tutta la cultura eroica aveva fuso nei cartoni questo eroe mitologico, trasformandolo in supereroe. Come poteva esserlo Superman prima di lui. A differenza dei supereroi, l’eroe era pilota di robot per cui l’eroicità del personaggio veniva trasmessa attraverso una macchina. Chiaro che ci fossero guerre e battaglie come nella mitologia greca. I valori poi erano sempre quelli: l’eroe che difende l’umanità e via discorrendo…».

 

La critica arriva dappertutto. Ci furono anche attacchi. Goldrake era razzista, violento…

«Era violento per tanti motivi. Poi però rispetto ai cartoni successivi era meno violento. All’epoca era qualcosa di mai visto prima. Un eroe che affrontava un nemico in combattimento distruggendolo. Ma non c’era sangue. Però era molto evidente l’aspetto cruento delle battaglie. Poi chiaramente la voce di Romano Malaspina che non era proprio dolce dava un’immagine un po’ cattivella. In realtà non c’erano atti di violenza pura e semplice, si trattava di combattimenti contro un nemico…».

 

Hai preferenze per gli altri cartoni giapponesi?

«Mi è sempre piaciuta l’animazione di Go Nagai, dunque mi piacciono Mazinga e Jeeg robot. L’animazione poi si è espressa anche in altri ambiti: altri autori hanno fatto Capitan Harlock e la serie di Lupin che è molto divertente. L’ammirazione è per l’animazione ma soprattutto per la storia e per il contenuto».

 

Oggi, i cartoni giapponesi non sono più diffusi come una volta. Se ne producono ancora? In Italia ne arrivano di novità?

«Adesso il mercato è più vasto. Prima il costo del cartone giapponese era così basso che conveniva trasmetterlo. Costava pochissimo acquisire i diritti della trasmissione e quindi le tv si erano precipitate ad acquistare i cartoni giapponesi dai Sessanta in poi. Adesso ci sono altre animazioni ma si tende a legare il personaggio al merchandising più che all’aspetto grafico del cartone animato, tipo Peppa Pig…».

 

Hai altri libri sui robot giapponesi, in mente?

«Sì, questo libro sta andando molto bene per cui pensavo di realizzare un secondo volume. Il mio libro racchiude soltanto il merchandise e la storia di Goldrake in Italia; mi sarebbe piaciuto farne una versione francese con tutto il merchandise francese e con la narrazione di ciò che è successo in Francia. Poi crearne un terzo con il merchandise giapponese e con ciò che accadeva in Giappone. Goldrake è stato proposto anche in lingua inglese e russa. In Arabia ha avuto un successo pazzesco: da scrivere insomma c’è davvero tanto».

 

E in America?

«In America uscì per una serie che si chiamava Force Five e veniva trasmesso in tv insieme ad altri cartoni animati. Una volta a settimana insieme a Danguard, Getter robot e Starzinger, se non ricordo male. E fu fatta in inglese solo la prima stagione, i primi trentasei episodi. Assumeva il nome giapponese Grendizer ma i personaggi si chiamavano in altri modi. Per esempio, Actarus si chiamava Orion Quest. Ma in America non ebbe il successo sperato perché comunque arrivava nel mercato Disney e non era affatto facile far breccia, da quelle parti».

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