In un editoriale di Giovanni Belardelli sul Corriere della sera del 14 giugno 2014 , dal titolo “Gli abusivi della cattedra” è stata proposta in termini critici la notizia di una sentenza del TAR Lazio (Sez. III bis, 9 aprile 2014, n 3838), con la quale i giudici avrebbero abusivamente esercitato i compiti degli insegnanti:

Sono ancora i professori ad avere la responsabilità pedagogica dell’insegnamento nelle nostre scuole? È in fondo questa la domanda che nasce dalla lettura di una recente sentenza del Tar del Lazio, che ha annullato la bocciatura di uno studente di un liceo classico romano il quale aveva riportato alcune pesanti insufficienze: 3 in matematica, 4 in fisica, 3 in storia dell’arte. Al di là delle motivazioni più tecnico-giuridiche della sentenza, spicca il rimprovero del Tar agli insegnanti per non avere adeguatamente valutato la preparazione complessiva dello studente, all’interno della quale – secondo i giudici amministrativi – un 3 in matematica e un 4 in fisica sarebbero meno gravi trattandosi di un liceo classico. Anche a prescindere dall’opinione che si può avere su un’argomentazione del genere (personalmente, la reputo una sciocchezza), a lasciare di stucco è il fatto che in questo modo il Tar salga, letteralmente, in cattedra. Finisce infatti per sostituirsi agli insegnanti in quell’attività chiave della loro funzione pedagogica che consiste nella valutazione di uno studente: una valutazione che può fare a ragion veduta (o almeno così credevamo) solo chi lo abbia avuto in classe per un anno scolastico.

Il contenuto dell’editoriale è stato ripreso con commenti di ampia adesione da parte di numerose testate on-line del mondo della scuola. Incuriosito, forse per la mia perenne difficoltà nel “fare esami” (anche se dalla parte dell’esaminatore) ho cercato la sentenza che molti avevano citato (senza riportare il numero e la data). Ho riletto la sentenza (esercizio di prudenza sempre abbastanza utile)  e ho dovuto fare tre riscontri in fatto, in diritto e in valutazione socio-politologica rispetto a quanto sembrava emergere dall’editoriale.

In fatto. L’alunno non era stato promosso dai giudici, ma dai suoi stessi insegnanti: bocciato agli scrutini 2012-13 senza possibilità di recupero, riammesso con ordinanza cautelare n. 23366/13 del 29.09.2013 alle attività di recupero; valutato positivamente dagli insegnanti al termine della stessa attività. Con la sentenza, i giudici non hanno promosso lo studente. Hanno preso atto che il contenzioso era cessato perché i professori avevano (come consente la legge) promosso lo studente in sede di recupero.

In diritto. I giudici non si sono sostituiti agli insegnanti nella valutazione del merito dello studente. Si sono limitati ad imporre: a) Il rispetto delle regole e dei criteri di collegialità che la scuola aveva formulato nell’esercizio della propria autonomia didattica (Piano dell’Offerta Formativa); b) Il rispetto delle regole sul procedimento deliberativo (un componente del collegio era stato irregolarmente sostituito); il rispetto delle regole di corresponsabilità educativa tra scuola e famiglia (violate per insufficiente responsabilizzazione dei genitori).

In sede di valutazione socio-politologica. È vero quello che dice l’editorialista del Corriere sulla progressiva svalutazione dell’autorevolezza delle professioni e dei relativi ruoli sociali dei singoli professionisti. È meno condivisibile la critica sull’intervento dei giudici. Una società caratterizzata da accessi ampi a servizi professionali (non solo scuola, ma anche sanità, giustizia, assistenza sociale) esige una maggiore formalizzazione dei processi di legittimazione delle decisioni e delle scelte. Rapporti sempre più anonimi e numericamente significativi, instabilità strutturale delle titolarità nella gestione dei servizi (non solo precariato, ma anche mobilità territoriale), diversità culturali esigono il superamento delle figure ‘romantiche’ del ‘maestro’, del ‘medico condotto’, dello ‘speziale’, del ‘pretore’. L’autonomia professionale si esprime come autodisciplina della collegialità, per questo stesso formalizzata, verificabile e suscettibile di correzione. Così hanno fatto bene gli insegnanti del corso di recupero, chiamati a integrare il processo formativo secondo le regole che si erano dati e non ‘sostituiti’ dai giudici nell’esercizio delle loro funzioni. Se tutte le professioni sapessero rispettare le regole che, in autonomia, proclamano, forse, ci sarebbe una minor necessità di intervento dei giudici (e dei giornalisti).

A proposito dell'autore

Ordinario di Diritto privato all'università di Catania

Giuseppe Vecchio (Giarre, 1952), è ordinario di Diritto privato, è stato Preside, Direttore di Dipartimento, responsabile del Centro Orientamento e Formazione dell' Università di Catania, Consigliere al Consiglio di Giustizia Amministrativa per la R S, Consigliere nazionale Cri. È Cavaliere di Gran Croce dell' Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Attualmente dedica la propria attività di ricerca ai 'diritti sociali'.

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