La mia generazione scriverà sulla pietra tombale la frase di Osho: mai nata, mai morta, ha solo visitato questo pianeta Terra, eccetera. Ha ragione il mago Wiz la generazione precedente non doveva far figli. Forse è già tempo di un bilancio, di pesarla davvero la generazione di papa Wojtyla e di Paolo Rossi, della religione spettacolo, dell’Opus Dei e dello sport di massa. Della tivù che almeno qualcosa ci ha insegnato, della crisi del cinema e dei cantautori.

Una generazione americana – o in stile anglosassone e non al debutto – che ha appreso valori e modelli direttamente dal Nuovo Mondo; che ha bevuto dai pozzi delle filosofie cinogiapponesi e ha letto e riletto i long sellers sparsi per le vie d’Europa. Allenandosi per la prima volta alla globalizzazione dei gusti. Totale? Una combinazione magica di cultura e divertimento come non sarebbe più accaduto. Il pianeta dei giovani profetizzato da Charles Monroe Schulz, per lungo tempo e a portata di mano.

La mia generazione ha imitato Marinetti, anche. I difetti intendo. Che poteva fare? Dai testi sacri della spiritualità orientale al tamtam sui mezzi di comunicazione. Dal primitivismo all’apoteosi della società moderna. Dal sapere “occulto” alla superba provocazione. Un muoversi da un’estremità all’altra. Tutta una contraddizione. La mia generazione non ha un vero libro, dicono. Mannaggia non è affatto così, in realtà il libro esiste ed è la traduzione italiana di “The Lord of the Rings”, lo strafamoso “Signore degli anelli” (1970). Esploso nelle sue velleità extra e meta-politiche dalla metà del decennio. Librone palloso e poco utile, toppa colorata per fascisti insoddisfatti. Sulla storia degli Hobbit, Gandalf e compagnia cantante sono state scritte enciclopedie con aggiornamenti periodici. Lacrimoni napoletani sono stati versati dai cosiddetti tolkieniani a causa di una condanna, tutta da dimostrare, elevata dal potere – ma dai Novanta in poi di quel potere sarebbero diventati l’appendice prostatica: e chi non c’è riuscito era come Braccio di ferro, non aveva denti – e abbattutasi sulla “deliziosa” opera del professor Tolkien.

Ovviamente, la questione non è la storiellina in sé o se l’autore sia bravo o meno. Dal mio punto di vista poi, scarso valore hanno i riferimenti “colti” – palesi e occulti – presenti all’interno della trilogia. Roba vecchia come il cucco: pepe nero per due uova al tegamino. Altra cosa invece l’importanza che i lettori hanno attribuito al libro, nel vuoto pneumatico nel quale sono volutamente cresciuti. Qualcuno gli ha spiegato (male) che il mondo che abitavano era alternativo (?) ovvero doveva esserlo per necessità. E alternativi dovevano essere “pezzi grossi” e referenti culturali, e con essi istituzioni, pensieri e volizioni. Fino al più stupido degli esiti. Quel nichilismo fosse vero soltanto antiartistico, ma né Dada né altro, alimentato dalla voglia – e leggi anche: possibilità – che i giovani avevano di danzare in solitudine. Per inadeguatezza estrema o per colta superficialità. Per logiche di conto corrente, perfino. Coperti essi stessi dal mantello di un “anarchismo” pessimista e vigliacco.

La mia generazione di film non ne ha molti o forse ne ha troppi. Il corpo femminile – nel senso del nudo o seminudo – lo ha scoperto prima di Berlusconi e di “Drive In” con le commedie sexy e i seni sul maxischermo. C’è un bellissimo libro in proposito uscito giusto dieci anni fa per Stampa alternativa (“Porn’Italia”). Altro che Tolkien. Se dovessi scegliere due film, punterei su “Tempo delle mele” e “Febbre del sabato sera”. Per lungo tempo la nostra vita è stata questa: nel buco tra l’impegno politico, quello antimafia e l’infinita questione morale ci si è dati al divertimento e alla pazza gioia. A volte un po’ triste (ossimoro in memoria). Abbiamo perfino rivalutato mamma e papà. Tra il trionfo ai mondiali di calcio del 1982 e l’assassinio del generale Dalla Chiesa ci sono però solo due mesi. Mai inferno e paradiso sono stati così vicini. Altro che Dante.

La mia generazione ha dato un calcio nel sedere all’etnocentrismo, senza trovare quel centro di gravità permanente propagandato dalla coppia comica Gurdjieff-Battiato. In maggioranza i pazzerelli sono stati “alternativi” più sulla carta verginella bianco-latte, che nella prassi. Le donne si sono colorate la chioma di rosso, hanno aggiunto collane e anelli in stile Mughini vecchia maniera, hanno giocato a tinteggiarsi i ditoni dei piedi con colori tutt’altro che tenui. Si sono laureate. Gli uomini si sono impantanati in discorsetti da un soldo al metro, tra esoterismi e cultura del rudere, arti marziali e sesso tantrico. Mescolando “sacro” e profano, aggiungendo croci latine, greche, celtiche, guantoni da boxe, palle ovali e arnesi da programma televisivo sui Beatles e Aleister Crowley. Il vero modello alternativo all’accoppiata liberalismo-liberismo, l’essere libertari è altra cosa – dato che giochiamo agli anticonformisti – non si è mai trovato. Punto. Sotto sotto, qualcuno ci aveva creduto.

Cosa abbiamo fatto per tirare i capelli ai nostri sogni? Dimenticavo “Guerre stellari”. Ecco: la mia generazione è andata al cinema a vedere i film di George Lucas. Da quasi quarant’anni insegue la “forza” dei cavalieri Jedi. Esulta per un assist del numero dieci, mima un passo di danza. Va in moto e canticchia. Troppo o troppo poco?

Scrivi