Se si cerca un termine così comune, anzi tanto strombazzato, come “internazionalizzazione” in un dizionario storico-etimologico qual’è quello di Cortelazzo-Zolli (1999), si apprende che esso risale all’inizio del ’900, al 1918 col Panzini. Anzi con lo zampino di “Google libri” si scopre pure che la parola è documentata 35 anni prima, nel 1884 con Napoleone Colajanni, Il socialismo: «internazionalizzazione di servizii e di istituzioni che servono al benessere sociale».

In quanto deverbale col significato di “rendere internazionale per diffusione o importanza”, il termine non può non avere valenza positiva ed ha l’effetto di predisporre positivamente il lettore a tutto ciò che viene designato con tale parola.

I documenti ministeriali di vario genere da un po’ di tempo a questa parte imperversano con riferimenti sia alla “internazionalizzazione della ricerca”, che alla “internazionalizzazione dell’università”. Con ciò intendendo che cosa?

Una università tanto più varrebbe quanto più appare luogo di internazionalizzazione, grazie alla presenza di studenti stranieri. E un modo di attrarre studenti stranieri è quello di far ricorso alla lingua inglese, ovvero all’anglo-americano, lingua internazionale (cioè ‘veicolare’) per eccellenza parlata da nativi e non-nativi nel mondo da circa 750milioni parlanti, al fine di garantire l’acquisizione dei contenuti disciplinari previsti nei diversi corsi di laurea.

L’internazionalizzazione della università italiana si configura così in realtà come internazionalizzazione dell’anglo-americano, ed emarginalizzazione della lingua nazionale (i.e. l’italiano). Perché il garantire singoli insegnamenti, se non interi corsi di laurea in Italia, in lingua inglese agli stranieri e nel contempo da imporre agli italofoni nativi, significa in realtà depotenziare in Italia l’uso della lingua italiana, sia riducendone le occasioni di uso, sia privandola della possibilità di creare linguaggi settoriali ‘alti’.

Ma presentare l’internalizzazione dell’Università italiana con l’attrattiva dell’inglese sembra anche un inganno e un imbroglio bell’e buono, direi uno “specchietto per le allodole”, per gli studenti stranieri. Istruire in Italia studenti stranieri in un idioma non-nazionale e non-nativo per i docenti-istruttori significa infatti far ricorso a un inglese fittizio, un idioma micro-veicolare che non godrebbe della caratteristica fondamentale dei linguaggi verbali nativi, quale è l’onnipotenza semantica, di poter dire cioè tutto per un parlante nativo con la maggior precisione ed eleganza possibile. Ci chiediamo altresì se sia legittimo (e legale) che corsi universitari in Italia siano tenuti solo in inglese per un pubblico di studenti italiani (e qualche straniero), e per di più da parte di docenti anglofoni, non-nativi.

Internazionalizzare l’Università e la cultura italiana dovrebbe invece voler dire garantire agli stranieri l’acquisizione di contenuti culturali di livello internazionale, nella lingua nazionale (l’italiano) da apprendere in maniera ottimale come lingua seconda (non straniera). E questo è possibile solo grazie a un adeguato investimento culturale nella ricerca e nelle strutture universitarie.

Internazionalizzare la ricerca dovrebbe significare invero consentire agli italiani di raggiungere una eccellente competenza dell’anglo-americano per accedere ai risultati più alti della ricerca nei diversi campi raggiunti dagli USA. Per raggiungere una ottima competenza dell’inglese occorrerebbe potenziare gli investimenti nelle scuole italiane (e nell’università), dove invece dopo 8/13 anni di studio delle lingue straniere i livelli raggiunti sono assai penosi.

Con l’ottimismo della volontà (e il pessimismo della ragione) ci aspettiamo un più sensibile investimento nelle strutture scolastiche e universitarie da parte degli attuali governanti per una reale “internazionalizzazione” della cultura.

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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