Marco Iacona –

 

Lavora come non mai Dario Fo, Nobel per la letteratura nel 1997 e novant’anni l’anno prossimo. La Rai manda in onda le sue lezioni sull’arte, ha progetti per il futuro – vorrebbe occuparsi di nutrimento – pubblica un libro dietro l’altro. Stavolta si è occupato di un Paese apparentemente lontano, la Danimarca, indagando un periodo forse davvero troppo distante dal nostro: il XVIII secolo. Un libro che narra la storia di un re (“C’è un re pazzo in Danimarca – Chiarelettere) e che suscita particolare interesse. Non glielo nascondo.

 

Maestro, chi o cosa l’ha ispirata?

«Questo libro è un romanzo storico. Si tratta di una storia assolutamente vera. Me l’ha procurata mio figlio Jacopo, il quale essendo stato in un certo periodo lontano, fidanzato con una ragazza danese, ha avuto la possibilità di venire in possesso di alcuni documenti riguardanti le straordinarie invenzioni e soprattutto le idee di Cristiano VII. Questo re era veramente pazzo e aveva dei momenti di crisi piuttosto duri, ma anche dei momenti di serenità e di equilibrio. Aveva vicino a sé un medico, Johann Friedrich Struensee, che lo curava e di cui si fidava e aveva ragione di fidarsi perché si trattava di uno scienziato che oltretutto era fautore di una politica nuova quella, come dire, ispirata dalla “luce”, dai lumi. Si trattò di un “problema” del tutto nuovo che in seguito determinerà la Rivoluzione europea».

 

Una figura eccezionale…

«Sì, la cosa incredibile è che quando questo re ha cominciato a lavorare per una nuova idea di Stato e di governo, la Rivoluzione francese era lontana di quindici-vent’anni. Il re però aveva condotto delle innovazioni straordinarie nel regno. Imponendo al governo di modificare o cancellare la pena di morte, la tortura durante l’interrogatorio, di polizia e la legge che imponeva ai contadini il servaggio della gleba. Infine stabilì il diritto per una donna a non uccidere il figlio che non poteva tenere o mantenere. C’era la famosa Ruota che veniva accettata dal governo: lo Stato assumeva il compito di allevare i figli del territorio, mantenendo salute e dignità».

 

Il medico e ministro però, fu anche l’amante di Carolina Matilde cioè della moglie di Cristiano VII…

«Sì, bisogna però anche calcolare la posizione in cui egli si è trovato. C’erano dei momenti in cui il re andava completamente fuori di senno e trattava molto duramente la donna. Lei aveva tre anni meno di lui e quando si sposò ne aveva solo quindici. Era una ragazzina che si trovava con un figlio di pochi mesi tra le braccia: Federico. E in più abbandonata dal marito. Il medico si prese cura del bambino e lo salvò perché stava pure per morire. Si occupò non solo della sua salute ma anche di crescerlo in modo civile, non nella logica del figlio di un re, tenuto con le coccole e i diritti assoluti e senza una vera educazione come si faceva coi re a quel tempo. Salvo naturalmente questo di re, che aveva istituito un nuovo modo di concepire la corte. Chi si curava del bambino era Struensee che sostituì il padre reale, e diventò padre effettivo di questo bimbo. Poi, naturalmente nacque anche un rapporto umano e d’amore…».

 

Purtroppo il medico, farà una brutta fine…

«Per forza! I reazionari devono far fuori il re in modo che la finisca di mettere leggi e tasse e di stravolgere le strutture della nazione. Lo stravolgimento dei valori morali e materiali era tale che se non si toglieva di mezzo la voce portante e il suggeritore del re, quest’ultimo avrebbe continuato la sua trasformazione rivoluzionaria, che avrebbe tolto potere ai nobili, ai ricchi e ai possessores».

 

Insomma, la solita congiura di palazzo…

«Si cerca soprattutto di giocare sul fattore “re cornuto”. Sul tradimento del re. Ma soprattutto si cerca di cancellare e distruggere la componente intellettuale più importante della trasformazione».

 

Diciamoci la verità, quel modo di fare politica non è poi tanto diverso dal nostro modo, o forse no?

«Quello che è successo è stato di una violenza incredibile. La cosa meravigliosa però è che il figlio di Cristiano VII a un certo punto ha continuato l’azione del padre e ha rimesso in circolo tutte le leggi che erano state cancellate. Perché quando ci fu il colpo di stato dei reazionari, la prima cosa che venne fatta fu la cancellazione di ogni parvenza di “democrazia”, si ritornò dunque alle strutture del tempo passato. In questo caso abbiamo una doppia lettura: da una parte lo slancio straordinario voluto da un uomo intelligente messo in azione da un folle. Poi però il figlio che ha memoria di questo medico che era un po’ come suo padre e aveva acquisito le trasformazioni del padre, a un certo punto porta a termine tutta la rivoluzione culturale, sociale e politica che era stata già iniziata…».

 

 

Per venire ai giorni nostri?

«Direi che non si può fare un esempio. Troppe differenze. Oggi si finge che il popolo risolva tutto. Ma in verità c’è un ensemble di politici che ha in mano il potere e determina la sfruttamento della crisi. Parliamoci chiaro: non lo dico io che sono contro un governo come quello che abbiamo oggi, lo dicono storici e scienziati. Questo governo è antidemocratico. Siamo alla follia e se va avanti in questo modo ci porterà davvero alla rovina…».

 

Insomma siamo tornati indietro…

«Non so, come le dicevo non si possono fare paragoni. Io in questo caso ho visto uno che faceva le cose seriamente, grazie a mio figlio che mi ha procurato i documenti. Esempi paralleli non posso farne soprattutto quando la base culturale è così diversa. Siamo troppo lontani.. Tre secoli di distanza vorranno pur significare qualcosa!».

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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