Marco Iacona –

Franco Cardini, professore emerito di Storia medievale presso l’Istituto italiano di Scienze Umane. Uno degli intellettuali più letti e seguiti dello Stivale. Per Laterza ha appena pubblicato “L’ipocrisia dell’Occidente” nel quale come al suo solito non le manda a dire. Tema prescelto – che è quello maggiormente dibattuto ai nostri giorni – le relazioni a dir poco agitate tra Oriente e Occidente. In special modo: le responsabilità di quest’ultimo.

 

Professor Cardini, qual è la sua opinione sul cosiddetto scontro di civiltà?

«È chiara. Non esistono scontri di civiltà costituiti dal fatto che c’è un centro di potere che vuol imporre a un altro centro di potere un tipo di civiltà. L’Occidente ha imposto il suo modo di vivere, di produrre e di pensare già da mezzo millennio a tutto il mondo. Tutto il mondo nelle sue classi dirigenti ha accettato oramai questo sistema, questo modo di vivere e di pensare. Non vedo che scontro di civiltà si possa vedere. Vedo invece tentativi di modificare in qualche modo la situazione mondiale, tentativi che partono da posizioni ideologiche travestite da posizioni religiose. Ma non scontri di civiltà: come ad esempio fu per lo scontro tra cultura cattolica e protestante o tra cultura occidentale e americana».

 

Ci sono tappe ben precise che hanno portato alla situazione attuale no? E quali sono le colpe dell’Occidente che hanno scatenato le reazioni dell’Islam?

«Non mi piace parlare di colpe. Non faccio il sacerdote né lo psicanalista. Sono accaduti alcuni eventi, si sono organizzate alcune forme di egemonia e se le vogliamo chiamare colpe, va bene. ci possiamo mettere d’accordo. Gli occidentali occupando tutto il mondo, imponendo il loro modo di vivere e di produrre hanno commesso in qualche modo una colpa, un errore, un crimine… Sta di fatto che è accaduto tutto questo e che ha generato delle reazioni».

 

Quali?

«Le tappe sono state molto semplici. La prima. Il mondo è organizzato ancora nel XV secolo in un sistema a compartimenti stagni, per cui esiste una civiltà circum-mediterranea caratterizzata dal monoteismo abramitico e dall’eredità della cultura romano-ellenistica. Questa civiltà ha un volto quanto cristiano occidentale quanto cristiano orientale quanto musulmano. E all’interno di questa dove c’è anche l’ebraismo, c’è una forte circolazione di valori. Questa civiltà è in rapporto di sostanziale lontananza, quasi totale estraneità, rispetto alle altre: indiana, cinese, giapponese, non parliamo poi di quella americana. Tra Quattrocento e Cinquecento, grazie alle iniziative europeo-occidentali, quindi scoperte e invenzioni, il mondo diventa una realtà omogenea, praticamente cessa un’organizzazione del mondo a compartimenti stagni. Vi succede quella che noi chiamiamo economia-mondo. Questa viene egemonizzata dagli europei occidentali. Si può dunque definire la prima fase dell’attuale situazione che stiamo vivendo da cinquecento anni e che è quella della cosiddetta globalizzazione».

 

E la seconda?

«È stata esperita dal fatto che la società coloniale ha cercato di organizzarsi anche riproducendo le realtà occidentali nelle sue istituzioni. Ma riproducendole a suo modo. Da una parte c’è stata l’occidentalizzazione del mondo con episodi evidenti. Ha cominciato il Giappone nell’era Meiji, ed è stato seguito dai persiani e dai turchi. Poi c’è stata l’occidentalizzazione della Cina. Tutto questo è avvenuto in una situazione dialettica tra mondo occidentale che da un lato voleva esportare le sue forme e dall’altro non voleva perdere l’egemonia, e popoli e paesi che da un lato volevano mantenere le loro tradizioni dall’altro volevano compartecipare al processo occidentale ma dall’altro ancora volevano affrancarsi dall’egemonia dell’Occidente».

 

Poi c’è la prima guerra mondiale…

«E non a caso è stata vista come una guerra europea. Era irrilevante che partecipassero anche Impero ottomano e Giappone. In un modo o nell’altro erano culture in trasformazione che si stavano occidentalizzando e gli europei non avevano affatto l’impressione che l’egemonia stesse sfuggendo loro. Durante la prima guerra mondiale gli europei non si sono resi conto che la loro egemonia se ne stava andando a vantaggio degli Usa. Non se ne sarebbero accorti prima del 1945. Questa fase aperta dalla prima guerra mondiale è stata fondamentale. È avvenuto un fatto molto importante. Le potenze liberali, Francia e Inghilterra, giocando su due fattori, l’idea di democrazia rappresentativa e l’idea di nazione, hanno cercato di scardinare il fronte opposto, in particolar modo appuntandosi sull’Impero ottomano dove c’era una situazione di mutamento con il movimento nazionalista dei Giovani turchi. Inglesi e francesi hanno approfittato di questa situazione cercando di fare in modo che l’etnia più importante, più autorevole insieme a quella turca, che era quella araba, accettasse l’appoggio dell’Occidente per diventare una grande potenza unita e libera che si riconosceva in una nazione araba: in una identità araba che si doveva organizzare all’occidentale. Si trattava di far ribellare gli arabi al sultano di Istanbul e al califfo dei musulmani sunniti. Così è stata offerta alla seconda autorità dell’Islam il mufti della Mecca, lo sceriffo Hussein, la possibilità di diventare re di una grande Arabia che andava dal Maghreb all’Eufrate e dal Caucaso al corno d’Africa. Questa grande idea è stata quella che ha animato la rivolta araba, quella di cui parlava anche il colonnello Lawrence che era uno dei migliori agenti del Foreign Office e che avrebbe dovuto organizzare la rivolta. In realtà però, Francia e Inghilterra non avevano alcuna intenzione di far nascere questa grande potenza tanto è vero che si erano divisi il mondo arabo con un trattato segreto, denominato Sykes-Picot. Del trattato era stato messo a conoscenza anche lo zar che non aveva però alcun interesse sul mondo arabo. In cambio egli voleva espandersi in Turchia e impadronirsi di Istanbul e degli stretti. Se la Russia avesse vinto la guerra sarebbe accaduto questo: era nei patti. Lo zar però cadde, vinse la rivoluzione russa grazie anche all’appoggio del kaiser e dunque si dovette pagare una ricompensa a quest’ultimo per l’appoggio ricevuto, pubblicando il trattato Sykes-Picot…».

 

Una vicenda complicata, ma nota

«Ma da quel momento gli arabi hanno imparato che non ci si può fidare di potenze occidentali liberali. Questo è stato l’elemento che ha causato il primo trauma. Il mondo arabo e quello musulmano in generale hanno cambiato atteggiamento, fino ad allora avevano avuto verso l’Occidente un atteggiamento di simpatia, di ammirazione; da allora in poi è nato un atteggiamento di sfiducia. A quel punto naturalmente il mondo arabo e musulmano si è diviso in varie forme di reazione. Una è stata lo sviluppo dei nazionalismi: nel mondo arabo, in Iran, in Turchia. Un altro è stato il tentativo di appoggiare prima i fascismi, dopo il mondo sovietico anche perché nel frattempo era maturata la crisi israeliano-palestinese. Naturalmente nessuna di queste strade è stata felice: sono tutte fallite. A quel punto ciò che è rimasto del mondo arabo e musulmano è stata quella cosa che noi chiamiamo con termine inadeguato fondamentalismo o jihadismo. Il principio secondo il quale il mondo islamico non potrà mai risorgere a livello di egemonia, potenza o semplicemente di autonomia e dignità, se non troverà all’interno di se stesso la forza per reagire, è il primo elemento che poi ha dato luogo a tutti i movimenti fondamentalisti e jihadisti che in molti casi si sono evoluti in forme di tipo terroristico…».

 

Ora è più facile tornare al titolo del suo libro…

«Non si tratta di stabilire chi ha torto o ragione ma di capire una certa dinamica. L’ipocrisia dell’Occidente sta nel rappresentare se stesso come portatore di idee come quelle di libertà, democrazia, uguaglianza economica, di rispetto per tutti; ma di agire nei confronti del mondo non occidentale in un modo che non è assolutamente conforme a questi principi. I musulmani non ce l’hanno con noi per quello che siamo, contrariamente a quello che hanno scritto alcuni giornali al tempo dell’inizio della crisi dell’Isis, non ci odiano perché siamo la patria della libertà e del diritto e loro sono al contrario fautori della superstizione e dell’oppressione. Ci odiano per quello che noi diciamo di essere e non siamo mai stati. Nei loro confronti abbiamo agito in modo completamente diverso. Si tratta solo di capirlo».

 

Senta professore, secondo lei quanto è conosciuto il Corano in Occidente?

«È quasi sconosciuto. Ancora più sconosciuto della Bibbia! Ed è tutto dire perché gli occidentali non conoscono nemmeno la Bibbia. La Bibbia e il Vangelo sono pochissimo conosciuti e il Corano lo è ancora meno. Poi se quest’ultimo viene diffuso con accorgimenti come quello scelto recentemente dal “Giornale” di Milano che diffonde il Corano con una discreta traduzione ma con un’introduzione che serve a farlo conoscere per quello che assolutamente non è ,cioè un libro che semina odio, violenza eccetera, allora le cose peggiorano. L’italiano medio che non ha letto la Bibbia si mette in casa un libro molto difficile in una traduzione non cattiva e che per essere compresa avrebbe bisogno di un apparato di note. E questa persona che non ha mai fatto uno sforzo nemmeno per capire la Bibbia si mette a leggere il Corano… È chiaro che ne farà una lettura scegliendo versetti ove pare che la violenza trionfi… e il risultato è che una lettura di questo genere non farà altro che aumentare la sensazione che c’è uno scontro di civiltà, che ci sia un Islam in generale. Ma si sa bene che l’Islam non ha un centro, non ha una gerarchia: l’Islam è un miliardo e mezzo di persone organizzate in comunità indipendenti l’una dall’altra. Però l’impressione che si vuol dare è che esso globalmente voglia assalire l’Occidente per dominarlo, soggiogarlo, eccetera. Tutto questo è ridicolo! Una visione del genere può aver successo solo se si è in presenza di un’opinione pubblica che è azzerata dal punto di vista della cultura, dell’intelligenza e della capacità di critica».

 

E la colpa è anche della politica…

«I politici fanno il loro mestiere. Se alcuni politici, o parecchi, sono disonesti e attraverso propaganda e demagogia accrescono la loro influenza, allora sì. Ma questi sono i rischi che in un sistema democratico bisogna correre. In generale a questi rischi si risponde con un tipo di cultura e conoscenza più libera e migliore qualitativamente. Se poi il tono culturale di una società, come accade in questi anni, sta precipitando  a livelli bassi, i rischi aumentano, naturalmente. Meno una società è capace di conoscere quello che gli sta accadendo e meno le scelte possono  essere oculate…».

 

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

Post correlati

Scrivi