Marco Iacona –

Antonio Fiumefreddo, avvocato penalista, ex assessore, oggi “crocettiano”, festeggia San Valentino presentando la fondazione “Fabbrica” presso il borgo industriale Sal, a Catania. Come al solito, non perde occasione per cantarne quattro a chi amministra la città, e non solo. Ottimista neanche un po’, tutto il contrario di Enzo Bianco. Pane al pane, vino al vino. «Sant’Agata è nella mani di Cosa nostra» dice, e prosegue: «la festa è uno schifo, Catania e Palermo sono fortemente infiltrate».

Gli chiediamo di approfondire, naturalmente. Iniziamo con “Fabbrica” che vorrebbe rimettere in campo chi è rimasto fuori dal “gioco democratico, il resto dopo.

«La fondazione “Fabbrica” è costituita da persone e associazioni. Stamattina durante la presentazione abbiamo assistito all’intervento di ragazzi che hanno costituito delle start up, della presidente della Camera minorile, di esponenti della società che hanno un comune denominatore: benché facciano cose importanti nella loro vita sono marginali nei ruoli di decisione nelle istituzioni. Occorre che i cittadini partecipino e siano portati ad assumere responsabilità. “Fabbrica”, ma non solo essa naturalmente, vorrebbe certificare l’esistenza di uno spazio fatto di persone serie. Non più di spettatori disillusi.  Da questo punto di vista il nostro sarà un impegno altamente politico».

 

Andiamo alle sue denunce: ha usato parole di fuoco contro la festa di sant’Agata. La madre di tutte le feste, qui a Catania. La città è da rifondare, allora?

«A Catania ha prevalso una china di illegalità inaccettabile. Le persone per bene hanno timore di andare al centro storico così come i fedeli hanno timore di assistere alla festa. Ogni anno la festa di sant’Agata così celebrata è un trionfo mafioso malgrado la buona volontà e malgrado ci sia un processo ancora pendente in appello. Ecco: malgrado tutto ciò assistiamo ancora a fatti gravi. Ordinanze del sindaco disattese, strane durate collegate probabilmente agli interessi degli scommettitori, la devozione è un’altra cosa. Candelore che si fermano davanti a case di boss: questa non è devozione! Insomma: dobbiamo finirla, è inaccettabile non solo nei riguardi della vera devozione; è inaccettabile comunque che ambienti criminali possano pensare di presidiare così la città con delle vere e proprie sentinelle. Lo Stato sta arretrando e ciò deve fare riflettere e svegliare le persone oneste che vivono in città».

 

Tutto da rifare. E sul versante politico le cose vanno meglio?

A Catania in questo momento serve, come era accaduto positivamente anni fa, un progetto di città. Manca un progetto di sviluppo. Catania è una città allo sbando, una città in cui i musei sono chiusi, gli abusivi aprono accanto al povero bottegaio che paga le tasse, il cento storico è fuori controllo. Non c’è più un piano del territorio, il verde va diminuendo. Stiamo ritornano a quella che fu la città degli anni Settanta e non è certamente un vanto. Allora bisogna avere un piano di città, ma ci vuole anche un piano di persone che si possano occupare della città. Insomma: occorre a Catania un profondo, radicale, cambiamento. Enzo Bianco compie ogni sforzo, ma ovviamente bisogna dargli una mano; bisogna avere il coraggio di dire che se non si recupera un progetto, un’idea di cosa si vuole fare di Catania, rischiamo di mandare via i nostri figli e di non farli tornare più. Lasceremo la città nelle mani dei peggiori e questo non lo vuole nemmeno dio».

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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