Marco Iacona –

 

Enigmatico Antonio Santacroce, non ama domande e risposte. Il peggior momento per un artista è raccontarsi tra le sue creazioni. Grazie all’amico Giovanni Miraglia, lo incontro Sabato 7 all’interno dello spazio Viu’, arti visive, in via San Michele, Catania. In questi giorni, peraltro, opere di Santacroce sono esposte al castello Ursino. “Diva Agata nelle stanze del sogno” è il titolo della mostra, allestita dal 2 febbraio al 30 marzo. L’assessore Orazio Licandro ha dichiarato che la mostra è uno dei momenti culturali più importanti nell’abito delle festività agatine.

Cominciamo da ciò che ha scritto e ripetuto a voce Marcello Panascia: Santacroce è un «geniale artefice del tutto rassicurante, mai turbato dalle mode e sempre immune da facili tendenze avanguardistiche». Silenzioso, umbratile, affatto rispettoso di uomini e cose. Santacroce non offende né arte né pubblico: si fa amare ed è già una notizia. Uno schermo nello spazio Viu’, proietta immagini del maestro al lavoro, brevi momenti nei quali concede se stesso alla curiosità dello spettatore. Pochi fraintendimenti:“teatro e vita” sono momenti certamente lontani. Seppure le suggestioni delle opere di Santacroce aprano dimensioni “totalizzanti”; quando ci si occupa di miti non si sfugge alle seduzioni dell’infinito immortale.

Le parole di Santacroce suggeriscono le vie indicate dall’arte. Già, ma quali? Mai chiedere a un tenore come fa ad emettere suoni in maschera. Per un pittore funziona grossomodo così. Le opere di Santacroce vanno “lette” come celebrazione di una grammatica musicale tonale, nella quale tutto si lega. Risiede sostanzialmente nel segreto della sua personalità complessa, nelle memorie siciliane (articolate, particolareggiate), quel tratto misterioso rilevato a suo tempo da Vincenzo Consolo. Un siciliano che racconta i suoi luoghi, citando se stesso, senza violenze o forzature. Con un sereno forse addomesticato, di certo misurato, senso della materialità. Terrena o spirituale che sia.

 

Maestro, parliamo un po’ di lei?

Sono nato a Rosolini, in provincia di Siracusa al confine con la provincia di Ragusa. A tredici anni sono venuto a Catania a studiare presso l’Istituto d’arte.

 

Parliamo anche di Catania, appunto…

Catania è stata una città importante che mi ha dato un riscontro già a sedici anni, con mostre e premi. Ho cominciato a lavorare col teatro, poi dopo anche a Roma. Catania è stata la città della formazione e degli esordi, ma anche delle conferme. Poi mi sono trasferito a Roma e a Zurigo, dove andrò ancora per insegnare. Ma il mio pensiero era quello di tornare qui.

 

È la prima volta che espone al castello Ursino?

Sono già stato lì con delle collettive e aste di beneficienza. Come personale invece è la prima volta.

 

Ci parla di questa mostra?

Tra le opere, ce ne sono sei dedicate a sant’Agata. Tre disegni e tre pitture con tecnica particolare. Opere formate da corpi diversi, uno di carta dipinto a tempera e l’altro di plexiglas. Qui dipingo a inchiostro di china. Queste due cose insieme creano, come dire, un’atmosfera particolare. Il castello Ursino è uno dei posti che più mi affascinano. Come mi affascina la figura di Federico II. A ciò si aggiunga che come saprà all’interno è stato creato uno spazio nuovo.

 

Santacroce, lei cosa direbbe di questa città? A voce intendo dire…

Parlo artisticamente. Io vengo da luoghi chiari, dove trovi pietre bianche, come Siracusa. Catania invece è una città nera e lo scuro che emana dalla pietra lavica mi ha sempre dato una spinta in più.

 

Quali temi predilige nelle sue opere?

Ultimamente baso tutto sulla mitologia greca. Ho cominciato con incisioni con pupi e pupari e in seguito ho sviluppato altri temi: la natura, l’essere umano, la città di Caltagirone.

 

Senta maestro, lei vede una relazione tra i miti come li abbiamo studiati e la spiritualità catanese?

Sì. Se lei vede una delle tre Agata in plexiglas per la mostra al castello Ursino, potrebbe essere Atena. In fondo anche Atena era una vergine. Non si interessava degli uomini se non spiritualmente. Era attratta dalla figura paterna. C’è un legame tra le due cose. E ci sono tanti particolari nella festa di sant’Agata che somigliano ai Misteri Eleusini. Anche la festa di sant’Agata mi affascina. Da ragazzino amavo disegnare tutti quegli uomini che compivano quei movimenti singolari e poi la folla. Mi piacevano anche i colori e tutti quei vestiti bianchi.

 

Un’ultima cosa maestro, come vede il suo futuro?

Catania è una città difficile per l’arte, non credo si possa vivere facendo gli artisti. Il mio secondo lavoro era quello di insegnante. Occorre certamente un ponte con luoghi nei quali c’è, come dire, maggior movimento. Ci fu un momento durante la prima amministrazione Bianco in cui Catania era migliorata. Feci anche dei quadri con su scritto. “Catania migliora“. Ci furono mostre di Miró, Warhol e Longhi. Insomma qui i numeri ci sono, bisogna però unire le forze.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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