CATANIA – Tramite il sociale Facebook, il prof. Antonio Di Grado ha rivolto una lettera aperta ai docenti universitari di Catania. E’ una riflessione sulle condizioni dell’ateneo, non solo in questa città, che riteniamo utile condividere.
Cari colleghi,
oggi ho partecipato a una riunione “di settore” in cui si esaminava la “sofferenza” dei vari insegnamenti, al fine di ottenere la modesta offa di due o tre assegni di ricerca, residuo della spartizione degli esigui fondi assegnati all’ateneo da un governo che, come tutti gli altri che l’hanno preceduto, riserva all’istruzione, come ai cani gli ossi spolpati, miserevoli elemosine. Con lodevole zelo i colleghi presenti procedevano, oggi, a quel censimento; io invece ho maldestramente tagliato la corda, per nascondere il mio sgomento e il mio malessere.
Perché, cari colleghi, a “soffrire” non è questo o quell’insegnamento, ma è l’università intera ad agonizzare. Pare che tra due anni, a causa dei pensionamenti, il numero dei docenti del nostro ateneo sarà addirittura dimezzato. Perciò cominceranno a estinguersi i corsi di laurea, poi chiuderanno anche i dipartimenti. E nel frattempo, in tutti questi anni, soprattutto nelle facoltà umanistiche, non c’è stato ricambio generazionale, non c’è stato reclutamento. Abbiamo bruciato almeno un paio di generazioni di allievi brillanti, di giovani e promettenti studiosi: certo per colpa degli ottusi e avari governi di cui sopra, ma anche per la nostra stessa miopia corporativa, più attenta agli infernali meccanismi di avanzamento delle carriere che ad aprire le porte a nuovi talenti, energie, competenze.
Allo stesso modo, con la stessa colpevole indifferenza, abbiamo assistito senza battere ciglio alla progressiva e sistematica devastazione dell’università ad opera dei vari governi a partire dall’infausto Berlinguer, alla polverizzazione e alla disinfezione del sapere critico, alla riduzione degli atenei ad aziende e della qualità a quantità, al trionfo di una asettica “produttività” calcolata mediante risibili algoritmi, alle malefatte di un’ANVUR che ha dimostrato la stessa sensibilità culturale e la stessa lungimiranza di una congrega di sensali di bovini. Che senso ha, mi chiedo, perseverare in questa passività spartendoci, spesso civilmente ma talora rissosamente, quei miseri resti?
La generazione degli attuali pensionandi e dei neo-pensionati si formò sulle barricate del mitico ’68, ma passarono pochi anni e – tra il ’72 e il ’73, se non erro – l’Istituzione assorbì e sterilizzò quegli “astratti furori” spalancando le porte delle università e delle carriere accademiche a cani e porci (me compreso, beninteso), chiudendole poi per decenni salvo schiudere di quando in quando qualche occasionale ed esiguo spiraglio. L’”immaginazione al potere” restò nostalgico appannaggio di pochi sconsolati reduci, asserragliati nei loro club pieni di fumo e nei loro miti pieni di polvere, e per il resto il furore di quelle obliate assemblee e occupazioni fu impiegato nel dare l’assalto agli incarichi e alle cattedre, nell’intrecciare cordate e fazioni magari malamente rivestite da qualche residuo brandello di ideologia, a padroneggiare questo o quel successivo sistema concorsuale, tutti – va detto – parimenti iniqui e strumentalizzabili.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti noi. Una università di vecchi, che per sentirsi giovane e al passo dei tempi blatera di “territorio”, di governance e simili amenità, che dispensa crediti e lauree come la Findus i suoi sofficini, che si adatta alle politiche governative con l’agio di una odalisca adagiata su una dormeuse, che ai giovani migliori dispensa nelle più fortunate occasioni dottorati senza sbocco alcuno, che si ostina a trasmettere saperi e valori con ammirevole passione ma anche con l’irresponsabile candore di un malato terminale cui i parenti abbiano pietosamente celato la fine imminente.
Cari colleghi, questa è una autocritica, mica una polemica; e ovviamente riguarda l’intera università italiana e l’intera classe docente che – quasi sempre e dappertutto con abnegazione – vi opera; e sono il primo a riconoscere l’esemplarità dei vostri sforzi, pur bistrattati malpagati e delegittimati come siete e siamo. E so bene che anche voi come me soffrite vedendo certi nostri eccellenti allievi ormai quarantenni (un’età in cui in molti eravamo da tempo professori associati) in lizza tra loro per un’effimera borsa di studio che li manterrà nel precariato. Ma credete davvero che non resti altro che dimenarsi negli interstizi delle leggi e delle direttive ministeriali, per ricavarne con fatica un posticino per l’allievo o un po’ più di credito (e crediti) per la propria disciplina? O non è piuttosto il momento di incrociare le braccia, di rivendicare con orgoglio la dignità del nostro mandato, di deporre ottuse e incancrenite ostilità per unirsi in una comune e risoluta forma di disobbedienza, anche a costo di bloccare le attività didattiche, di paralizzare gli atenei per spalancarne le porte?
Mi rendo conto di quanto sia insolito, e a molti sembrerà inutile, questo mio sfogo: ma dovevo pur motivare il disagio con cui mi piego a un’ordinaria amministrazione che altri gestiscono con zelo per salvare la barca dal naufragio, a me pare invece – a torto o a ragione, chissà – un penoso tentativo di mettere a punto minimi ingranaggi di una macchina che andrebbe, invece, rifiutata e rottamata. E tuttavia non mi rassegno a chiedere la pensione anticipata come troppi colleghi, qui e altrove, hanno fatto perché delusi e stanchi; e anzi ritengo che a un decano di questa Facoltà (mi ostino a chiamarla così, ad onta di quei dipartimenti che tutto dichiaravano di cambiare nell’intento, come sempre, di non cambiare nulla), a un docente che in quarantatrè anni ne ha condiviso splendeurs et misères, sia lecito manifestare il proprio bilancio professionale ed esistenziale, denso di esaltanti conquiste come pure di profonde amarezze.
Dicono che a Catania si voterà di nuovo per il Rettore. Non so se sarà così, ma per parte mia sono stanco di ascoltare programmini di candidati trasudanti ottimismo e buoni propositi; e il mio rettore – per i pochi anni di insegnamento che mi restano – lo sceglierò, eventualmente, tra chi avrà negli occhi la rabbia di un Cristo che liberi il tempio dai mercanti, l’amore di un Cristo che chiami a sé i più giovani e gli esclusi.
Antonio Di Grado

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