di Salvo Reitano

Oltre 2 miliardi e mezzo di sprechi. Alla Sicilia il primato con 156 lavori mai ultimati, dalle strade alle alle dighe, dai porti agli impianti sportivi ,cantieri di lavori mai nati o rimasti a metà, a spese dei contribuenti.

Miliardi di euro sprecati. Migliaia di ettari cementificati. Da Nord a Sud, le opere pubbliche fantasma sono centinaia. Scheletri di cemento e strisce d’asfalto che sono uno sfregio alle bellezze paesaggistiche della nostra terra. Ospedali fantasma, strade faraoniche che non portano da nessuna parte, dighe mai entrate in funzione. Così l’Italia ha bruciato risorse. Monumenti allo sperpero, costruiti e mai utilizzati o addirittura mai completati.

Come se non bastassero le turbolenze dei mercati, lo spread, il Pil e la produzione industriale a mettere il sistema Paese costantemente in allarme c’è pure la crisi profonda del comparto dei lavori pubblici.

La radiografia fatta dal Governo è implacabile: 671 incompiute con un patrimonio perduto di 2,6 miliardi di euro, Lavori che per essere completati hanno bisogno di una liquidità pari a 1,34 miliardi.

Ma come si è giunti a questo stato di cose? Trovare dei colpevoli non è cosa facile. Le incompiute scontano problematiche legate alla burocrazia, alla mancanza di fondi, alle battaglie giudiziarie fra imprese e P.A. che spesso si concludono con il fallimento delle prime,  dall’incapacità, cronica, di pianificare tempi e Oltre 2 miliardi e mezzo di sprechi. Alla Sicilia il primato con 156 lavori mai ultimati, dalle strade alle alle dighe, dai porti agli impianti sportivi ,cantieri di lavori mai nati o rimasti a metà, a spese dei contribuenti.

Modi e non ultimo il disinteresse da parte delle amministrazioni a completare opere ormai ritenute inutili visto il lungo arco di tempo trascorso dalla fase di progettazione all’avvio dei lavori.

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“Purtroppo – dice Giuseppe Ursino, noto imprenditore catanese e facilitatore del Tavolo per le Imprese – ogni opera pubblica in Italia, e in maniera ancora più cancerogena al sud, è stata considerata un’opportunità per rubare soldi pubblici, per cui una volta finiti i lavori sarebbe finita di conseguenza anche la pacchia”.

“In genere – continua Ursino- in queste attività rubano tutti e in grande stile il Mose di Venezia può essere considerato il paradigma: imprese, magistrati, guardia di finanza, burocrati….etc”.

Nella galleria dei monumenti allo spreco ci sono ad esempio gli impianti realizzati per le Olimpiadi di Torino nel 2006 e ora abbandonati. Solo per la pista da bob di Cesana Pariol se ne sono andati 77,3 milioni. Alla Maddalena si possono visitare i resti di un G8 mai fatto ma pagato dai cittadini 327 milioni. Se passate da Cervignano (Udine) non potete non accorgervi de gigantesco interscalo ferroviario. Svendendo verso sud , a San Slavo in provincia di Chieti, c’è uno dei cinque autoporti  dell’Abruzzo.

Trentatré milioni di euro per non accogliere mai un camion

La Calabria, invece, pare avere una passione particolare per gli ospedali fantasma. A Gerace ce n’è uno costato a suo tempo 9,5 miliardi di lire e mai aperto, diventato rifugio per i pastori e le loro pecore. Stessa sorte per il nosocomio di Rosarno. A Scalea almeno uno dei tre piani dell’enorme ospedale locale sono riusciti ad utilizzarlo, sistemandoci gli uffici della Asl, ma non si sono fatti mancare una inutile avio-superficie costata 10 milioni di euro, dove non atterra nessuno velivolo.

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E poi ci sono gli errori di progettazione con  esempi da far venire i brividi. In cima al molo Ichnusa di Cagliari c’è un terminal crociere bellissimo, in vetro e acciaio. Terminato nel 2008 e costato 5 milioni di euro: non ha mai visto una zattera perché il fondale, 6,40 metri, si è rivelato troppo poco profondo per i pescaggi delle grandi navi da crociera, a cui servono almeno dieci metri. Nessuno si è preoccupato di fare  i dragaggi e ora  c’è il serio rischio che scavando si comprometta la stabilità del molo.

Lo stesso genio che ha illuminato la mente dichi ha autorizzato la costruzione di un mega palazzetto dello sport da 900 posti (4 milioni di euro) in aperta campagna, a metà strada tra Barrafranca e Pietraperzia, in provincia di Enna. Ora non lo vuole più nessuno perché i costi di gestione sono troppo alti. La lista è lunga e lo spazio non basta.

Ma il primato delle grandi opere pubbliche incompiute spetta alla Sicilia, 152 per la precisione. Dentro c’è un po’ di tutto. Centinaia di alloggi popolari, strade, fognature, depuratori, zone artigianali, scuole, ospizi, impianti sportivi, messa in sicurezza di quartieri dei centri storici. Un totale di 335,5 milioni già bruciati, ne servirebbero altri 216,3 per ultimare i lavori.

“I nodi vengono sempre al pettine – riprende Ursino – e possiamo dire che in Sicilia c’è un in più di sciatteria e incapacità della pubblica amministrazione e dei politici, figlia di uno statuto speciale che è servito da alibi per fare molto peggio che nel resto d’Italia, dove già si è scarsi, e ciò ha inciso nella crisi attuale”

Nella terra di Trinacria c’è l’esempio lampante di cosa significa cominciare un’opera e non finirla mai.

Il più eclatante si trova a  Giarre, in provincia di Catania con ben nove  opere rimaste incompiute, dal teatro comunale al parcheggio, dalla piscina olimpionica inutilizzabile perché lunga 49 metri anziché 50 al campo da polo da 20 mila posti, fino alla pista per le macchinette radiocomandate. È stato calcolato uno spreco di 50 milioni di euro. Una follia

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Nel centro del lungomare di Marsala l’attento osservatore si imbatte nel  Monumento a Garibaldi e ai Mille, del quale si parla da tempo immemorabile.  I lavori  cominciati nel 1986  non sono mai stati ultimati.
A Sciacca c’è lo scandalo del Teatro di cemento costato fino a questo momento 25 milioni d euro  che aspetta da 36 anni di essere completato
A Siculiana, vicino Sciacca, c’è un viadotto dall’esito cieco, nel senso che non finisce. Costruito  alla fine degli Anni 80 per collegare la stazione ferroviaria alla città senza attraversare la Statale 115, il primo lotto è costato sei miliardi delle vecchie lire.
E poi ci sono le dighe che avrebbero dovuto servire ad alleviare la crisi idrica degli agricoltori nelle annate siccitose. La diga Blufi e l’invaso Pietrarossa sono invece diventati monumenti allo spreco con  centinaia di milioni di euro spesi inutilmente .
Per intenderci: l’invaso di Blufi, sulle Madonie, doveva distribuire 22 milioni di metri cubi d’acqua alle province di Agrigento, Caltanissetta ed Enna E’ costato circa 260 milioni di euro dal 1989 a oggi, La diga di Pietrarossa,un invaso da 35 milioni di metri cubi, al confine fra il Calatino e l’Ennese è stata completata al 95% con 70 milioni di euro spesi. Purtroppo  i lavori sono fermi dal 1997 a causa di una diatriba  fra la Regione, la Soprintendenza,  gli agricoltori della zona e gli  ambientalisti che non fanno mancare mai la loro voce.
Paradossale è la storia della “bretella” che doveva collegare, secondo il progetto, i monti Iblei alla Ragusa-Catania. Costata 4 miliardi di lire, c’è tutto, non manca niente, perfino la segnaletica orizzontale e verticale, solo che dopo la curva panoramica, la strada si interrompe. E’ cosi  dal 1990.

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Nei giorni scorsi, sindacati e rappresentanti delle amministrazioni locali hanno chiesto a gran voce il completamento della ‘Libertinia’, la strada statale 683 che è sulla buona strada, è il caso di dire, per  trasformarsi in una delle tante grandi incompiute di siciliane.

La strada al momento ha un solo lotto in fase di ultimazione, rispetto ai tre lotti previsti. Per quanto riguarda gli altri due, per uno manca il finanziamento di circa 140 milioni di euro, mentre per l’altro l’Anas sembra essere in attesa, da parte della Regione siciliana, di una copia dell’atto formale di impegno delle risorse finanziarie a valere sul Piano di azione e coesione (Pac).

“E’ necessario un impegno che metta in secondo piano il colore politico e metta al primo posto il bene del territorio  – dicono con una solo voce politici, sindacalisti e imprenditori – con un opera che potrebbe dare lavoro fare uscire dall’isolamento viario tutto il territorio e rilanciare l’economia”. “Chiediamo un deciso impegno alla Regione e al ministero delle Infrastrutture per giungere a completare un’infrastruttura viaria di fondamentale importanza”.

E poi c’è la grande opera incompiuta per eccellenza: Il“Ponte sullo Stretto di Messina”,

Tralasciamo il fatto che non vedrà mai la luce e che secondo i calcoli del 2004 sarebbe costato 4, 6 miliardi di euro. Soffermiamoci, invece, su quanto è costato per  spese di progettazione, consulenze, attività varie. Udite, udite: 350 milioni di euro.

Il Ponte sullo Stretto ci riporta alla vicenda del Mose, la grande opera per salvare Venezia dall’acqua alta, dietro la cui realizzazione, come i lettori sanno, è stato scoperto un giro di tangenti milionario, con la differenza sostanziale che il Mose, fatta pulizia di corrotti e corruttori sarà completato, mentre il Ponte sullo Stretto ce lo possiamo dimenticare. Chissà se la magistratura vorrà indagare su spese e consulenze per capire come sono stati sperperati e dove sono finiti i 350 milioni di denaro pubblico per un’opera che non si farà mai.

In Sicilia, c’è un altro paradosso perché oltre alle incompiute di data recente ci sono opere talmente vecchie, e sono oltre 150, risalenti  agli anni ’70 e ’80 dei quali non si trovano negli uffici delle amministrazioni nemmeno i fascicoli con i progetti. Per dirla semplice: le opere si sono fermate in uno stato, visti i decenni trascorsi, che non consente la fruibilità per lo scopo per cui erano state pensate  e spesso nemmeno un loro uso diverso creando discontinuità alla rete in cui l’opera è inserita. Così’ la lista si allunga per carenze di ogni tipo, genere e misura. Alla fine secondo l’assessore regionale alle Infrastrutture, Nico Torrisi, sono ben 392 le costruzioni ferme mentre restano fuori  le opere sanitarie che la legge del 2012 considerava un capitolo a parte.

Intanto c’è da segnalare che  nell’elenco provvisorio del ministero delle Infrastrutture per il decreto Sblocca Italia non è stata ancora inserita nemmeno un’opera pubblica siciliana.

Speriamo di trovare posto nella stesura definitiva che il Governo si accinge, in questi ultimi giorni di luglio, a portare in Consiglio dei Ministri  per far ripartire i cantieri.

Agganciarci al decreto Sblocca Italia è fondamentale e per farlo serve una rivoluzione culturale, per cambiare mentalità e adattare le procedure alle necessità. Capire in anticipo come meglio spendere i soldi con una programmazione che tenga conto soprattutto della brevità dei tempi di realizzazione delle opere.

Diceva Seneca: “Un viaggio è incompiuto se ci si ferma a metà strada o prima del punto stabilito”. Forse ci siamo fermati troppe volte.

“Per quel che c’è da fare in Sicilia – conclude Ursino – e parla un uomo del fare, ancora non siamo nemmeno partiti, altro che esserci fermati in mezzo al guado. Con le mia attività imprenditoriali vado ogni mese in giro per il mondo e vi assicuro che nessuno è messo così male come noi, siamo di gran lunga i più incapaci a livello europeo. Lo dico con amarezza ma è così”.

Salvo Reitano

 

 

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