Salvo Reitano

Da “adsl” a “tronista”, da “cinepanettone” a “youtube”, passando per “tom tom”, “subprime”, “indultare” e “gossipparo”, fino al romanesco “noantri” e ora al sicilianissimo “babbiare”. Ogni successiva edizione del vocabolario Zingarelli si arricchisce del nuovo italiano e manda in soffitta la lingua di Dante. Sono le parole della televisione, del cinema, di internet, entrati ormai nel gergo comune che diventano così “ufficialmente” italiani.
Che nostalgia di quando eravamo gente di fantasia. Oggi risultiamo appiattiti, professorali anche se la scuola sta andando a rotoli, rigorosi anche se fanno scomparire le cattedre.
Il linguaggio moderno permette a tutti di partecipare noiosamente, con noiose argomentazioni, al più fastidioso degli incontri. Ci sforziamo di essere sintetici ma risultiamo prolissi, verbosi, rigonfi di aggettivi, di incisi, di parentesi, perché c’è sempre qualcuno che sottolinea qualcosa annunciando pomposo: “Lo dico tra virgolette” e fa pure il gesto con l’indice e il medio
Un tempo eravamo gente dai proverbi sobri, maligni, feroci, scritti e recitati in un italiano comprensibile o in un dialetto accessibile.
Dai campi uscivano modi di dire gergali carichi d’ironia e vitalità. Salivano trionfanti le massime e gli adagi ereditati da una saggezza millenaria. Dal desco familiare sortivano frasi gravide di buonsenso e di prudenza.
Cosa accade oggi? E’ finita la famiglia, è cambiata la vita nei campi, che, quando non sono edificabili diventano un luogo di discariche non autorizzate, i nonni e le nonne hanno abdicato al loro ruolo per via di nipotini cresciuti troppo in fretta fra sms, mms, email e messenger. Un concetto da esprime in 160 battute con un linguaggio scarno e incomprensibile: tvb (ti voglio bene), tt (tutto), sn (sono), per non parlare del brevissimo 6 (sei).
La nostra sapienza (circolare, perché si nutriva all’interno della piccola comunità familiare) è andata perduta. So­no spariti persino gli inventori di storielle, quelle che si raccontavano ai bambini per affidarli al sonno della notte.
Alla ricerca della lingua perduta, dovremmo dire. Nessuno inventa più nulla, tutti si esprimono attraverso i luoghi comuni dei linguaggi socio-politici; ci diciamo stufi dei mezzibusti televisivi, ma finiamo senza scam­po per imitarli, anche nelle stupidaggini.
Da tempo spopolano i “reality” (in italiano non saprei come tradurre): le isole dei più o meno famosi, le talpe, i grandi fratelli e gli amici, per non parlare degli uomini e delle donne, ora giovanissimi ora attempati, dove il linguaggio è improntato su una volgarità dilagante appena coperta dal classico fischio.
Abbiamo provato una traumatica vergogna per il no­stro antico provincialismo, ci siamo presi in giro a vicenda per le diverse inflessioni dialettali, “terroni” al sud e “polentoni” al nord: oggi siamo irrimediabilmente più pove­ri. A furia di okey e di week-end rassomigliamo a miseri abitanti dell’Arkansas o del Nevada. Caccia­te dalla finestra, come oggetti rozzi e in disuso, le nostre abitudini lessicali sono ormai briciole di un sogno, palloncini colo­rati in fuga per mondi irraggiungibili.
Certo, si poteva rinunziare a tutti questi inglesismi pur di tutelare e proteggere il patrimonio collettivo. Sarebbe stato logico met­tere da parte consuetudini, costumi e modi di dire avendo come scopo un rinsaldarsi della comunità. Tutti meno globali, ma anche tutti più solidali, più ricchi, più sicuri. Invece, nonostante la modernità e quello che vogliono far passare per ricchezza,  risultiamo con le toppe nel fondo schiena come sempre, e privati di quel «genio» tutto italiano che consolava proprio nei momenti duri. Era un genio fatto di fumo e parole, però autentico.
All’osteria, nei campi a mezzodì, la sera in­torno alla tavola familiare, più o meno imbandita, la lingua che si faceva racconto riusciva a strappare sorrisi, pensieri e riflessioni a tutti i conviviali, grandi e piccini. Oggi, finita la fantasia e affidato il nostro sentire al linguaggio dei “messaggini” siamo un popo­lo triste.
Gli unici capaci di una battuta, un allegro sfregio verbale, sono gli anziani, che dalla polverosa cantina dell’esperienza, in un riverbero di nostalgia, ancora riescono a tirare fuori la saggezza di un bisnonno e tentano con fatica di metterla in circolo.  Tu ascolti, stupito, improv­visamente miracolato dall’apertura che quelle parole sono riuscite a squarciare nel cuore e nell’anima, e provi ancora di più il peso della tua stessa miseria culturale, per niente colloquiale.
Se ci fate caso non abbiamo mai parlato tanto avendo così poco da dire. Non è mai stata scritta una storia del conversare, ed è peccato, visto che l’uomo è sulla terra per esprimersi e raccontarsi.
Chi visse prima di noi parlava chiaro: ogni discorso, ogni dialogo, ogni verbo costituivano punti fermi nel ri­badire il fare. Oggi discutiamo di tutto, in un moto perpetuo, senza necessità e senza scopo, ora brevi, ora ripetitivi, quasi sempre inutili.
Per queste ragioni il popolo straordinario che eravamo è scaduto alla stregua di una tribù sorda, balbettante e priva d’idee geniali. Stiamo perdendo la nostra lingua e con essa la nostra memoria.

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