I francesi non ci amano. Ero a Parigi nei giorni del terremoto dell’Aquila (2009): sul popolare “Le Parisien” si davano ragguagli su un paese semidistrutto, crollato su se stesso. Forse chissà avrebbero voluto darci il colpo di grazia, i cuginastri. Non credo abbia giovato alla qualità dei sentimenti la sceneggiata Materazzi-Zidane del 2006 con scultura finale di Adel Abdessemed, algerino proprio come papà e mamma Zidane. Per non tacere della politica: dalla faccia di Sarkozy alle sponde particolari della Le Pen. Loro ci detestano ma ci invidiano (se non possono farne a meno), noi li invidiamo e li detestiamo. Le sottigliezze contano.

Non credo che cambi nulla adesso, dopo la vittoria al Tour de France di Vincenzo Nibali. I cugini continueranno a non volerci bene, a snobbarci, a considerarci fortunati, copioni e un po’ rozzi. Noi che soffriamo di complessi di inferiorità, nello sport sappiamo prenderci qualche rivincita e di quelle che pesano. Perché al di là di chi bara, lì vincono talento e ottime scuole. Dopo la tragedia di Marco Pantani ultimo eroe dello sport nazionale e la telenovela Lance Armstrong seguire il ciclismo è quasi come andare in bicicletta: arrivi, se arrivi, stremato. Trattasi di sport che tradisce e a distanza di anni. Le corse non finiscono al traguardo ma nei laboratori di analisi, dove in fondo sono iniziate. Il doping è una cancrena: è la dose sportiva del Grande Imbroglio che flagella ogni comunità, grande o piccola che sia. Furfanti, raccomandati, furbastri, imbroglioni e figli di… Da questo punto di vista i colpevoli non siamo solo noi. I truffatori sono nati con lo sport.

Lo spirito di competizione è vecchio come il mondo. I greci vedevano i vincitori come degli eletti destinati – non ci sarebbe bisogno di dirlo – all’immortalità. In palio non ci sarebbero solo fama e ricchezza, ma la “certezza” di un ricordo nei secoli dei secoli e forse chissà anche qualcos’altro. Ma state tranquilli: non mi occupo di soprannaturale.

Nibali è un buon atleta, completo, il vero corridore del futuro si sarebbe detto una volta. È nato in Sicilia, a Messina, circostanza oggi del tutto irrilevante. Se non fosse andato via da ragazzo non sarebbe diventato il corridore che è, eguagliando le imprese di Felice Gimondi vincitore di Tour, Vuelta e Giro d’Italia. Non credo tuttavia che ai francesi certe beghe nordiste e meridionaliste interessino granché. Le bugie sanno berle a piccole dosi. Ecco: hanno accettato a muso duro la vittoria di un italiano. Della Sicilia, fortunatamente, sanno poco o nulla.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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