“Habent sua fata libelli”. E anche i termini, che il tempo usura, così come la loro utilizzazione a sproposito. Nel grande tritatutto della retorica corrente anche il termine “riforma” non fa eccezione. Usato un tempo in alternativa a controriforma, poi a individuare il grande filone del riformismo socialdemocratico attento al welfare e allo stato sociale, oggigiorno, volto al plurale, si confonde con ciò che un tempo era il suo contrario. E il continuo richiamo, nel linguaggio corrente della politica europea, alle “riforme” necessarie ad avviare la “crescita”, ne svuota progressivamente il contenuto e il significato, facendone un vuoto suono. A questo destino non sfugge neanche la cosiddetta riforma elettorale, con la contrapposizione tra rappresentatività e governabilità. Un falso dilemma.

È infatti questo il punto di partenza della nuova legge elettorale. Si argomenta che i governi non riescono a governare per l’instabilità politica dovuta alla frantumazione della rappresentanza e all’eccesso di partiti che costringono ad alleanze litigiose e instabili. Ma i governi devono essere forti e solidi (il che è bene), perché in tal modo il paese può essere governato con progetti di lungo termine, che riscuotono la fiducia internazionale. Nella quale – ricordiamo – un ruolo sempre più preponderante assumono i cosiddetti mercati e gli investitori (non ultime le società di rating), con le relative conseguenze di limitazione della democrazia rappresentativa. Di conseguenza occorre sacrificare una parte di rappresentatività per garantire la governabilità. Ma è vero che rappresentatività e governabilità sono antitetiche? Ed è plausibile ritenere che sacrificando la rappresentatività, come fa il cosiddetto Italicum, si garantisca governabilità?

La legge elettorale approvata dal Senato e che attende per la sua promulgazione il sì definitivo della Camera e la firma del Presidente della Repubblica si è mossa da questi presupposti. Il ridimensionamento della rappresentanza era stato anche alla base della riforma del Senato, per abolire il cosiddetto “bicameralismo paritario”. Un Senato di soli rappresentanti di governi locali, non direttamente eletti, e ridotti a un terzo dell’originaria composizione di 315 unità. Con l’ulteriore effetto di riduzione del costo dei senatori. In realtà entrambi gli effetti si sarebbero potuti ugualmente ottenere mantenendo un organo rappresentativo, riducendone i poteri (per esempio sulla legge di bilancio) e dimezzando i compensi. Si è preferito seguire un’altra via e ciò ha tagliato un pezzo importante di rappresentanza.

La legge di riforma della Camera prevede il mantenimento di 630 deputati, che saranno eletti in 100 collegi, ciascuno dei quali composto mediamente da 500.000 elettori e che manderà alla Camera 5-7 deputati. Vi sono varie soglie di sbarramento sulle quali non vale la pena di soffermarsi per non cadere in tecnicismi.

Pare che adesso, sull’approvazione della legge elettorale le cose si complichino. Dopo che Forza Italia ha deciso di non sostenere più una riforma elettorale che pure aveva contribuito a definire in alcuni aspetti decisivi (ad esempio i capilista bloccati e il rifiuto del collegio uninominale), la minoranza Pd sembra decisa a non sostenere il disegno di legge.

Anche se non sono un esperto di leggi e sistemi elettorali, mi sia consentito fare alcune considerazioni di carattere generale. Il disegno di legge elettorale presenta più di un problema, a partire dal fatto che, mentre garantisce di sapere la sera stessa delle elezioni chi ha vinto e chi ha perso, non garantisce il bipolarismo. Secondo le simulazioni basate sulle previsioni di voto, la Camera dei deputati sarebbe costituita da una lista che consegue la maggioranza dei 340 seggi e da altre quattro, cinque o sei liste che si spartiscono i restanti 290 seggi.

Un secondo problema è dato dai cosiddetti nominati, i capilista frutto della scelta delle segreterie dei partiti. Si è segnalato a questo proposito un deficit di rappresentatività, poiché i deputati eletti a seguito delle preferenze degli elettori oscillerebbero, secondo i calcoli dello stesso D’Alimonte, ideatore della legge, fra il 40 e il 53 per cento. Metà, o meno della metà degli eletti sarebbe dunque scelta dagli elettori. Inoltre, con il meccanismo delle candidature multiple, che consente ai candidati di presentarsi in più collegi, potrebbero essere vanificate, con le opzioni successive al voto, le scelte degli elettori in un certo numero di collegi.

Ma a questo si aggiunga che, per il meccanismo maggioritario previsto dalla legge, e a seguito del frazionamento attuale dell’offerta politica in Italia, i deputati eletti con le preferenze degli elettori sarebbero concentrati tutti ed esclusivamente nel partito che ottiene la maggioranza. Infatti, è ben difficile che fra i cinque – sei partiti o liste che si aggiudicano i rimanenti 290 seggi ve ne sia qualcuno che ottiene più di 100 seggi. Di conseguenza tutti gli elettori delle liste o dei partiti di minoranza sarebbero rappresentati da deputati che non sono stati scelti da loro ma dalle segreterie dei partiti. Se si considera poi che c’è un premio di maggioranza se si supera il 40 per cento dei voti al primo turno, allora è evidente che la maggioranza dei votanti, e cioè tutti quelli che hanno votato per le liste che entrano alla Camera come minoranze, più una parte di quelli della lista che vince, non scelgono i propri rappresentanti. In quest’ipotesi 390 deputati su 630, cioè il 62 per cento del totale della Camera dei Deputati, sarebbe costituito da “nominati”, e soltanto il 38 per cento da eletti. Ovviamente non è in discussione il premio di maggioranza, necessario per la governabilità. Ma è il combinato disposto fra premio di maggioranza, capilista bloccati e candidature multiple a determinare questi effetti perversi in termini di rappresentatività.

Sacrificare in parte, sia pure in gran parte, la rappresentatività a vantaggio della governabilità potrebbe tuttavia essere una scelta ragionevole. La stabilità dei governi consente di programmare le politiche nel lungo periodo, fornisce garanzie ai partner europei, funziona da tranquillante per le isterie dei “mercati”. Ma siamo certi che con il cosiddetto l’Italicum sarebbero garantite governabilità e stabilità di lungo periodo? Qui il discorso si fa più complesso, e non è questa la sede per affrontarlo in dettaglio. Ma una considerazione mi sembra di poter fare, o forse due, entrambe legate al deficit di rappresentatività. La prima concerne la relazione – sulla quale non è mai stata detta una parola definitiva – sulla relazione tra sistemi elettorali e sistema dei partiti. L’Italicum, nella sua versione attuale, proprio per il combinato disposto fra capilista bloccati e candidature multiple, tende a favorire la creazione di partiti personalistici, con dei rappresentanti in Parlamento non scelti dagli elettori ma fedeli seguaci del loro leader. La recente storia italiana dimostra come questi partiti siano particolarmente fragili e instabili. Il seguito del leader tende a sfaldarsi e a ricompattarsi in altri partiti a seguito di insuccessi. È il cosiddetto effetto “band wagon”. Tutti tendono a “correre in soccorso del vincitore”, come diceva Ennio Flaiano, e ad abbandonare il perdente, come si è visto nel recente capovolgimento delle maggioranze dentro il Partito democratico, nella progressiva disgregazione di Forza Italia, nell’erosione di SEL, nelle fuoriuscite di deputati e senatori dal Movimento 5stelle. E ciò determina governabilità (talvolta eccessiva, o dissonante fra proclami ed effettive capacità di realizzazione dei programmi) ma non stabilità di lungo periodo. È questa una conseguenza del potere della leadership dei partiti che, con l’attuale legge elettorale (e non diversamente sarebbe con l’Italicum) assume una forte funzione di “gate keeping”. Sono i leader a scegliere chi può entrare in Parlamento. Fin quando un leader ha successo, il corpo dei suoi seguaci è fedele. Non appena comincia a insinuarsi il dubbio che possa non farcela alle prossime elezioni (sondaggi, test elettorali parziali), ecco che cominciano a configurarsi i tradimenti, le strategie di “exit”, e di converso vengono aperte le porte per accogliere i transfughi da parte degli altri partiti, in modo da accelerare la crisi. Ciò determina instabilità.

Paradossalmente è questo il motivo per cui la legge passerà. Ma pur sacrificando – e di molto – la rappresentatività non garantirà una stabilità di governo. La legge sarà approvata perché contiene un mix di misure che favoriscono strategie di breve periodo. La soglia di sbarramento bassa favorisce i piccoli partiti, come NCD e Area popolare. Il premio di maggioranza garantisce governabilità alla lista vincente. L’assenza di collegi uninominali garantisce il controllo delle segreterie dei partiti su gran parte degli eletti. Il doppio turno in caso non si raggiunga la maggioranza al primo turno garantisce il sostegno del partito dato come favorito e di quello che, secondo i sondaggi dell’ultim’ora, potrebbe diventare secondo. Quando fu stipulato il Patto del Nazareno si trattava di Forza Italia, adesso non più. Potrebbe essere il Movimento 5stelle o la Lega, ed è da questi settori che in un modo o nell’altro potrebbe venire un sostegno determinante alla legge, nonostante le opposizioni di facciata. Così come questo spiega perché Forza Italia non sostenga più il disegno di legge. Tutte conferme che le forze politiche si muovono secondo ciò che a suo tempo Padoa Schioppa definì come l’accorciamento dell’orizzonte temporale. Un’osservazione che di recente è stata ripresa, con riferimento alla leadership politica, da Romano Prodi.

Certo va tenuta in considerazione l’osservazione dei sostenitori della bontà della legge, secondo i quali nel medio periodo ci sono le condizioni perché la legge, ove approvata ed entrata in vigore, favorisca la formazione di un sistema bipolare. Ma è più rilevante il rischio che essa favorisca la formazione di quello che, certo con un’espressione un po’ forte ma sicuramente efficace, si può definire un sistema di partiti guidati da cacicchi. E ciò soprattutto in una situazione di quasi totale scomparsa di partiti radicati sul territorio, con una struttura organizzativa forte, capaci di orientare le scelte di voto dell’elettorato.

Di fronte a queste considerazioni sarebbe forse il caso di tornare sui propri passi e ripensare a una riforma elettorale che riprenda l’impianto della legge Mattarella sui collegi uninominali e il doppio turno. Con il Senato non più elettivo e con poteri ridotti, e riducendo la quota di recupero proporzionale non vi sarebbe più il rischio di maggioranze diverse fra Camera e Senato; si garantirebbe la rappresentanza delle minoranze, la scelta degli elettori, e si fornirebbe una risposta di lungo periodo alla stabilità politica, non più dipendente dalla fragilità dei seguiti personalistici.

Ma questa proposta di buon senso si scontra con la retorica delle riforme e con l’ideologia del “fare” ad ogni costo e velocemente, piuttosto che del far bene. E dunque si troverà, forse, qualche ulteriore compromesso, si farà qualche altra concessione che renderà, se possibile, ancora peggiore questa legge. Con la mia previsione, certo pessimistica, e che spero sinceramente venga smentita dai fatti, che fra qualche anno dovremo stare di nuovo a parlare di legge elettorale.

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