Il jazz ha compiuto, nei cento anni della sua storia, un percorso equivalente a quello compiuto dalla musica europea in secoli. Il distacco dalla “tonalità”, ancoramento e struttura solida su cui imbastire le variazioni, è arrivato ad appena 50 anni di vita, se vogliamo datare la cosa al double quartet di Ornette Coleman e del suo Free Jazz. Uno sviluppo tumultuoso e per certi versi lineare ha segnato la prima parte della storia di questa musica. Negli anni ’70 e nei due decenni successivi l’inevitabile riflusso, che non è solo una nozione sociale, restrinse il campo alla fusion e ai tanti detentori del mainstream mood, calligrafia e prevedibilità a man bassa, con le dovute (straordinarie) eccezioni: una fra tutte, i quartetti americano ed europeo di Keith Jarrett, mirabile sintesi di tutto quello che si era sentito fino ad allora!

Oggi la scena è forse la più complessa di sempre. Nei tempi del post-moderno – e se siamo in vena di esagerazioni del post-post-moderno – c’è posto per gli incroci più vari: alto e basso, popolare e accademico, blues e contemporaneo, etno e tradizione. In giro c’è gente come Steve Lehman, giovane della scena newyorkese, che imbastisce ottetti di rara perfezione formale e che fa scaturire la tensione dalle torsioni strutturali delle sue geometriche composizioni; ma c’è anche gente come J.D. Allen, che inzuppa Coltrane nel latte della cultura europea; e poi c’è l’universo della ECM, con il suo nitore, il suono più prossimo al silenzio, ma che serba in catalogo tipi come Roscoe Mitchell o come Tim Berne.

In Italia siamo messi splendidamente! Questo – è ovvio – dal punto di vista artistico. Perché sul piano delle politiche culturali non potrebbe andare peggio. E così, se si vuole ascoltare del jazz, tolti i festival estivi che si affollano in tre mesi scarsi, occorre sperare che i privati – di solito appassionati – si facciano carico dei rischi. Che è quanto accade in quel di Modica, dove capita di trovare ricchissimi ensemble al Convivio, per il quale il bassista pozzallese Giuseppe Guarrella e il batterista modicano Peppe Scucces hanno messo in piedi, grazie al mecenatismo del Convivio stesso, un cartellone da urlo, con quel diavoletto creativo che è Stefano Maltese, o il Niwas Quartet, cantore metropolitano di songs à la William Parker, dello stesso Guarrella.

O come è accaduto ieri, alla Hostaria della Musica di Bartolo Turlà, dove gli Urban Fabula hanno incrociato le armi con il grande Rosario Giuliani, uno che – per dire – è fra i tre migliori sax circolanti in Italia!

Il basso implacabile di Alberto Fidone, il pianismo liquido di Seby Burgio e il drumming danzante e impetuoso di Peppe Tringali – gli Urban Fabula – sono ormai una sicura, affidabile realtà del patrimonio musicale di questa Sicilia, avara di buoni politici e prodiga di buoni artisti.

Fidone, alla fine del concerto, ci ha rassicurati sulla riedizione della rassegna allestita al QUAM, galleria d’arte nella sua Scicli, con un bel calendario che andrà da fine marzo a fine aprile (e anche oltre, sembra….).

Dimenticavo: il concerto con Giuliani si è chiuso a livelli stratosferici con il suo Paesi di sabbia, ispirato al borgo di Civita di Bagnoregio, che ad un certo punto si è aperto per far posto – incuneato dentro il tema originale – a un All Blues da brivido. E chiunque possieda una copia, anche usurata, del Kind of Blue davisiano sa di che parliamo! Delizia, godimento puro, nonostante il vocio dei soliti maleducati che potrebbero mangiare in silenzio mentre gli artisti sono sul palco, e invece ingaggiano una lotta mortale con questi a chi supera la soglia più alta dei decibel!

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