Di Lucia Grazia Nicotra – ACI CASTELLO (CT) Dal successo della casa-museo Calogero, alla strada intitolata dal comune di Aci Castello sino alla mostra in Piazza Manganelli, Catania. Un grande successo di pubblico e di critica che oggi vogliamo raccontare ai nostri lettori, riportando le impressioni, i commenti e i ricordi di Patrizia, la figlia del grande pittore JEAN CALOGERO.

Patrizia Calogero

Patrizia Calogero, figlia di Jean Calogero

Una lunga intervista, nel corso della quale ricordi di bambina, recenti scoperte avvenute leggendo vecchie agende del padre o aprendo cassetti e armadi dello studio, si alternano ad accorati appelli alle istituzioni, affinché contribuiscano a rendere immortale e internazionale le opere di questo grandissimo Artista siciliano che ha portato la nostra terra nel mondo.

«Abbiamo voluto esporre a Piazza Manganelli – spiega Patrizia – opere indite che abbiamo uscito dallo studio di mio padre dopo la sua morte e che neanche io e mio fratello conoscevamo. Abbiamo trovato queste tempere bellissime e queste carte e abbiamo pensato di realizzare una mostra anche per regalare al pubblico di Catania queste opere. È pur vero che mio padre amava molto di più gli olii perché avevano la lucentezza, i colori brillanti, mentre sulla carta la tecnica è diversa e si vede – secondo me – molto di più la maestria dell’artista. Perché? La tempera si asciuga subito e quindi si vede quanto mio padre fosse bravo e veloce a mettere nero su bianco subito. . . Chi ama le opere di Jean Calogero deve vedere questa sua fase creativa! » .

Tra le opere realizzate da suo padre, ne esiste qualcuna che le piace in particolar modo. E perché?

Il Pesciscibile - Jean Calogero

Il Pesciscibile (1978)

«Negli anni 70 io e mio fratello piccoli giocavamo nel salone di casa ed eravamo attorniati da tele raffiguranti donne. Donne belle che io guardavo con ammirazione. Delle amazzoni, con uno sguardo fiero o a volte malinconico. Io da bambina mi perdevo a osservare queste opere. Mi piacciono anche i cavalli alati che sono l’espressione della libertà mentale e intellettuale di mio padre. Opere come il cavallo alato o il veliero sono simboli di libertà. Oppure il “Pesciscibile” è un’opera amata da tutti, un bellissimo simbolo: fluttua nel cielo, ha delle città che sono parte della vita di mio padre. Ogni volte che vedo un suo quadro lo apprezzo sempre più. Cerco di capire quale messaggio voleva trasmettere mio padre perché c’è qualcosa di più profondo che va scandagliato…. È venuta – continua con una nota di orgoglio – una ragazza in galleria che studia psicologia e si è “persa” a osservare i quadri. Anche gli amanti dell’esoterismo sono innamorati. Un’opera è stata scelta come tesi di laurea, dal titolo “I due mondi”…. Accade che spesso sono gli altri ad aiutarmi a capire. Ogni persona che osserva i quadri di mio padre mi da una personale lettura degli altri».

I figli, ponte con il passato?

«Io sono stata figlia di Jean Calogero, ma da oggi ho cambiato prospettiva: mi piace parlare delle sue opere e mi piace raccontare le sue opere. Io porto in vita mio padre tutte le volte che ne parlo. Non ho più i miei genitori e questa grande sofferenza l’ho superata solo facendo qualcosa per loro ogni giorno. Io congiungo il passato con il futuro. Mi sento un ponte e grazie a me, i posteri avranno notizie che mio padre magari non aveva divulgato».

…La sua infanzia a Parigi?

«A venti anni, mio padre si trasferì in Francia e lì ebbe i primi lustri artistici. Ai piedi di Montmatre, al numero 11 di Boulevard de Clichy fissò il suo atelier acquistando lo studio che era stato di Degas in un palazzo dove aveva vissuto Picasso. Io sono andata a vivere lì con i miei genitori a un anno e ho cominciato a muovere i primi passi lì. Questo atelier era un fulcro incredibile di energia. Mi padre non lo aveva mai detto, ma…ogni volta che metteva piede a Parigi aveva tanta fortuna e riceveva sempre tanti premi».

I quadri “parlano” della Sicilia e la rappresentano in modo unico.

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Amori e armi (1995 )

«I quadri parlano della Sicilia come nessuno ha mai parlato. Mio padre, a modo suo, ha parlato della Sicilia e ha rappresentato i colori e i profumi a modo proprio, e questa sua peculiarità – aggiunge Patrizia – andrebbe studiata. La Sicilia non è banalizzata e scontata. I pupi, o le donne, la frutta sono rappresentati con colori ed elementi molto particolari. Lui ha trovato la sua personalità, lo si riconosce dalla scelta cromatica e li si può riconoscere da lontano. La nostra terra dovrebbe utilizzare queste opere per rappresentare la Sicilia all’estero. La regione Sicilia, e le istituzioni dovrebbero aiutarmi. Tempo fa c’è stata una petizione per creare un museo permanente, ma non è andata a buon fine. Le persone vorrebbero vedere le opere di mi padre in un museo, così come è accaduto nel 2010 quando abbiamo allestito un’antologica dove sono state esposte le opere di mio padre divise nei tre periodi che hanno caratterizzato e rappresentato la sua crescita artistica. Per farsi un’idea generale delle opere ci vuole uno sguardo d’insieme. Con l’antologica ci siamo riusciti. Se esistesse un museo si potrebbe ammirare in toto il percorso artistico. I ragazzi dell’accademia di Belle Arti hanno lottato per questo progetto, abbiamo raccolto le firme, protocollato tutto, ma non ci sono i fondi. Cinquant’anni di attività. Una importante eredità che trasmettiamo noi oggi….. È un artista dei nostri tempi e non è mai invecchiato. Noi vorremmo consacrarlo in maniera importante. Ci sarebbe da lavorare e da estrapolare molti messaggi e molti insegnamenti… Un grande sponsor privato, se incontrasse la mia idea, potrebbe aiutarci a realizzare un Museo permanente. Durante l’antologica del 2010 abbiamo avuto ventimila visitatori. Quindi le opere di mio padre fanno da richiamo e piacciono. Le persone comuni e non solo gli intenditori hanno ammirato l’antologica».

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Conversazione (1973)

Da Catania a Parigi e poi ad Aci Castello, che oggi dedica una via a suo padre…«Mio padre negli anni ’40 si trasferì – come dicevo prima – a Parigi dove specializzò il suo stile e si affermò nel mondo dell’arte. Lì si sposò con la sua prima moglie (da cui ebbe una figlia). Successivamente, dopo la separazione dalla moglie francese, fece ritorno in patria e qui conobbe la sua seconda moglie: mia madre. Ricordo che lui, uomo umile e riservato, lavorava in casa sino ad ora di pranzo e poi, dopo pranzo, usciva ed andava in Piazza Castello ad osservare la gente o a dar da mangiare ai piccioni. Stava solo, con la sua malinconia. Magari era un po’ triste perchè stava ad Aci Castello, ma pensava a Parigi. Lui amava la famiglia e mia madre non voleva spostarsi a Parigi. Questa dicotomia di desideri lo intristiva e allora andava e vagava con la fantasia e unificava i luoghi. Dipingeva Parigi con le pale di ficodindia, o il duomo con un cielo grigio o Aci Castello con un cielo scuro e fumoso. Non sono i nostri colori, ma quelli parigini. Ho letto in un’agenda di mio padre – pochi giorni fa – che lui non poteva mentalmente esprimere quello che aveva in testa. Un turbinio di emozioni, pensieri e sentimenti fortissimo. Scrisse che in testa aveva un caos e non poteva esprimerlo a parole. Io penso – conclude Patrizia – che lui aveva un input di tante cose e che quella confusione che arriva in un momento fatta di stimoli visivi, di colori non era facile da riversare su una tela. La fantasia “entrava” dentro di lui e che poi doveva esprimere in fantasia artistica. Quella meraviglia di colori, immagini e sentimenti che possiamo ammirare solo d’avanti a un suo quadro».

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