Lo Stato è morto viva lo Stato? Parrebbe di no. Ragionare basandosi sui confini “concettuali” di una comunità politica di tipo ottocentesco (termini quanto mai abusati, d’accordo) è oramai anacronistico. Gli intellettuali progressisti guardano avanti. Leccarsi ferite causate dalla crisi è un conto, ragionare sul mutamento in atto un altro.

Per Jürgen Habermas il passaggio da un’idea di Stato nazionale a una di Stato post-nazionale avviene grazie a disposizioni di politica pubblica e di filosofia del linguaggio. Nessuna forzatura, benché mai violenta. Si tratta “semplicemente” di un’apertura razionale inclusa nell’evoluzione della politica contemporanea. L’approccio habermasiano non è affatto dimentico delle lezioni della scuola di Francoforte, per cui l’umanità non è solo ciò che è ed è stata, ma anche ciò che può essere. Habermas è un architetto d’interni, ci si passi il termine. La teoria “deliberativa” definisce la democrazia come processo discorsivo proveniente dai cittadini; essi saranno interessati a conoscere le istituzioni e a discutere in merito ai meccanismi posti a garanzia del loro corretto funzionamento. In due parole: la democrazia esisterà fino a quando si dibatterà sulle scelte da fare.

E lo Stato-nazione? Ha avuto importanza decisiva in termini di soddisfacimento dell’esigenza monopolistica di sovranità e giustizia. Stato significava anche integrazione sociale e riconoscimento dei diritti. Nella società contemporanea, coscienza nazionale e Stato nazione sono messi in crisi da politiche che tendono al loro superamento; politiche che generano un atteggiamento egoistico e diffidente orientato a reazioni di chiusura. In Italia gli esempi si sprecano.

All’interno del meccanismo è possibile pensare una “teoria democratica” non più limitata a una comunità circoscritta. Habermas non si dà troppi pensieri a demolire la modernità e i suoi prodotti. Anzi. Capovolge il carattere schmittiano della politica, per cui unità presuppone possibilità reale del “nemico”. Ovviamente, se la sovranità ha senso solo in termini etnico-nazionali uno Stato mondiale non potrà mai esistere. Habermas l’ottimista trasferisce l’attenzione sul momento riflessivo, vale a dire sulla condivisione di tipo “amichevole”. Orienta infine la possibilità di una nuova democrazia in base alla libera e vivace apertura sulla strada della comunicazione.

Il cosmopolitismo habermasiano non deve far pensare alla formazione di uno Stato mondiale, bensì all’allargamento delle istanze di solidarietà a livello di comunità federale post-nazionale.

Veniamo al dunque. La democrazia deliberativa dovrà realizzarsi nelle forme del “negoziato” grazie a un paio di elementi, l’uno normativo, l’altro empirico. Elementi essenziali per l’idea politica dell’ex francofortese. Il primo si individua nella possibilità di accedere a un processo “dibattimentale” tale da giustificare l’aspettativa di risultati accettabili; in questo modo fa la sua comparsa la “teoria dell’agire comunicativo” e l’attenzione si sposta sulle questioni procedurali, altro ritornello del filosofo. Il secondo invece si individua nel passaggio “spontaneo” dalle relazioni internazionali di tipo tradizionale, a una politica mondiale cosiddetta interna.

Il finale? I progressisti non smettono mai di sognare. Grandi progetti per una grande umanità. Chapeau!

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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