Khaled Asaad. Ne avevo letto il nome qualche mese fa, a proposito del salvataggio di preziosi reperti dal sito di Palmira in Siria, sottratti alla bestialità distruttrice dell’Is in quella regione, prima del suo sequestro. Un direttore di museo che si oppone da cittadino e da custode della cultura a che il Male non sfiori, nemmeno a distanza, la Bellezza, la Sapienza e la Forza della Ragione. Prima di lui lo hanno fatto in tanti e in tante parti del mondo, ma ricompensati almeno da un destino meno crudele. Dopo i sabotaggi e il ricorso agli stratagemmi creativi che italiani e francesi hanno opposto alle oculate razzie tedesche durante il secondo conflitto mondiale per salvare il patrimonio artistico, più da vicino tutti abbiamo in mente la disperazione di Amira Eden, direttrice generale del museo nazionale irakeno, mentre durante la seconda guerra del Golfo si aggira in lacrime tra le sale depredate del museo, come una madre alla quale sia stata devastata la casa e sottratti i figli. Ma ciò dopo avere messo al sicuro migliaia e migliaia di pezzi, prova del fatto che la distruzione della bellezza investe, senza se e senza ma, la distruzione della Vita. E quest’ultima presa non secondo le regole della quantità, ma della qualità e del valore.

Tuttavia, l’assassinio bestiale di Khaled Asaad, di questo più che ottantenne signore, direttore del sito di Palmira, dall’aria pacifica e dagli occhiali con vetri spessi, ci ricorda che il pozzo senza luce del Male che l’uomo può percorrere in discesa è illimitato. Annotiamo ancora una volta, e se occorresse ricordarlo, che anche in questo caso non ci sono misure per poterlo inquadrare e contenere. Se non l’investimento in massa di energie uguali e contrarie e, solo per ultimo, di atti di forza.

Al di là della scontata considerazione che si sia voluto destituire, abbattere e violentare un simbolo, azione questa del tutto presente a questi umani non più tali, tali avvenimenti segnano più in generale punti di svolta ricorrenti, nella storia dell’umanità. Essi rappresentano l’acme di processi, più o meno lenti, ai quali la soglia del dolore storico si è via via progressivamente abituata alla presa d’atto, alla metabolizzazione e anche alla dimenticanza, con frequenze sempre più ravvicinate.

Tagliare la testa e appendere il corpo a una colonna della città che Khaled Asaad paternamente custodiva rappresenta l’ablazione totale della ragione dal meccanismo organico che la contiene, il rifiuto della coscienza, della forza visionaria attraverso la quale essa è capace di costruire il futuro guardando al passato, alla storia e alla tradizione. La decapitazione rende impossibile il recupero del ricordo, trancia di netto i collegamenti del cuore e del cervello, recide la possibilità della creazione dell’immagine e dell’idea. Ragioni del cuore e ragioni della ragione, seppur conflittualmente presenti ma in simultanea nel corpo, come voleva il filosofo Pascal, vengono separate per sempre. Cuore e cervello, istinto e ragione, desiderio e volontà, che presi simbolicamente in un tutto sono la fonte duale e polare della creatività e dello spirito umano, nel corpo di Khaled Asaad, e mi spingo a dire in tutti noi, sono stati ancora una volta separati dalla furia iconoclasta di chi rifiuta di guardarsi allo specchio per riconoscerne l’altra faccia.

Ciò che è stato compiuto, seppur dalle nostre parti ribolliamo al pensiero dell’orrido, ci deve ricordare con insistenza che il procedere dell’umanità, al netto di tutto ciò che abbiamo saputo fare, facciamo e sapremo fare per quadagnare il meglio, si trascina dietro nella storia una macchia larga e densa di oscurità dalla quale non sappiamo affrancarci in nessun modo. Qui non si tratta semplicemente di riprendere in mano i discorsi sull’educazione, sulle cosiddette opere di civilizzazione, di scontro di civiltà o di progresso presi per se stessi. Il discorso va fatto partendo dal “come siamo noi” e sul fatto che senza quel cammino faticoso che si chiama educazione, civiltà e progresso rimaniamo ancora un ‘qualcosa’ di bestiale e di oscuro, di cui, come in questi e in molti altri casi, al riscontro dei fatti siamo persino costretti ad avere meraviglia.

La domanda non ci deve spaventare: non in quale paradiso terrestre eravamo prima di conoscere il Male; ma da quale inferno siamo emersi per cercare di rivedere le stelle una volta che ne abbiamo preso coscienza? E ciò pur portandoci dietro l’oscurità delle viscere della terra che abbiamo sarchiato – e che è il nostro percorso evolutivo – fardello difficile di cui disfarsi e da abbandonare per sempre.

L’Is, invece, sembra riuscire banalmente a recuperare intatte queste forze, a radunarle e convertirle in unità ideologica. Proprio in quei luoghi che sono stati tappe essenziali di civiltà, essa ha trovato il modo più semplice di combattere l’Uomo e l’opera del suo creato: la Bellezza. Distruggerla attraverso l’atterramento dei monumenti è di per sé un danno irreparabile. Distruggerla attraverso il tempio delle pietre ‘vive’ significa distruggere anche i creatori di bellezza e i suoi custodi. Se è vero che le teste già cadute di civili o combattenti sono segni evidenti di una ‘sottospeciazione’ – come la definiva l’etologo Konrad Lorenz, cioè della negazione del riconoscimento dell’altro uomo come appartenente alla tua stessa specie – nel caso di Khaled Asaad, in aggiunta a ciò, quella testa mozzata sta a indicare ben altro. Quando si arriva a ciò il pericolo non è uaa semplice guerra per un pozzo di petrolio o la conquista di territori o l’deologia del califfato universale. Dietro v’è altro, decisamente di più terribile.

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