La Carta dell’ONU si apre con la nota formula “Noi, popoli delle Nazioni Unite…”. Questa formulazione al plurale dà l’idea di una pluralità di popoli che si riuniscono e cercano di cooperare per mantenere la pace ed evitare agli uomini il flagello della guerra, affinché tutti possano vivere in “rapporti di buon vicinato tra loro”. A settant’anni dalla redazione della Carta dell’ONU, possiamo dire che questa formula è stata superata da un’altra formula molto più impegnativa: patrimonio dell’umanità e crimini contro l’umanità. Queste due formulazioni al singolare hanno un valore simbolico notevolissime. Vogliono dire che esistono dei beni che non sono patrimonio di un popolo, o di alcuni i popoli o di tutti i popoli, ma dell’umanità. Vogliono dire che certi crimini, come le grandi violazioni dei diritti umani e i genocidi non sono crimini commessi a danno di un popolo particolare, ma a danno dell’intera umanità. Ci sono questioni che travalicano i semplici rapporti di buon vicinato, ma che divengono questioni comuni in cui non hanno molto senso i confini degli stati. Alcune di queste questioni sono di facile evidenza: i problemi dell’immigrazione, dell’inquinamento e del terrorismo internazionale. Anche alcuni problemi finanziari finiscono per avere ricadute nel lungo periodo e in tutto il globo.

La risoluzione 2170/2014 del Consiglio di Sicurezza sulla Siria è una mirabile sintesi della complessità e della ricchezza del panorama internazionale attuale. Possiamo affermare che esistono al di sopra e al di là dello stato almeno tre livelli concentrici di potere: gli organismi regionali (UE, Lega Araba, Mercosur), gli organismi finanziari (FMI, Banca Mondiale) e alcune importanti organizzazioni della famiglia dell’ONU e infine l’ONU e il G20. Questa risoluzione può essere ricondotta all’esercizio dei quasi legislative e quasi-judicial powers del Consiglio di Sicurezza. Questa risoluzione è lunghissima e dettagliatissima. Ha un tono molto vincolante e arriva persino a contenere un allegato in cui sono indicati i terroristi e le cellule terroristiche che agiscono in Siria. Sancendo definitivamente la responsabilità penale personale a livello globale per i crimini contro l’umanità ed uno spazio di azione riservato solo agli individui.

Sorgono allora alcune domande che hanno grandissimo valore per i giuristi.

La prima è: “L’umanità dispersa nei continenti, nella sua grande varietà di lingue, di culture, di tradizioni è un demos, un popolo globale?”.

La seconda domanda è in qualche misura conseguenza della prima: “Per un popolo globale è concepibile una qualche forma di lingua universale?”.

La terza domanda è ancora più interessante: “Se esiste un popolo globale, un patrimonio dell’umanità, un certo numero di diritti universali, dei crimini contro l’umanità, possiamo cominciare a parlare di una qualche forma di cittadinanza cosmopolitica?”.

Queste tre domande ci introducono direttamente nella questione che possiamo denominare kosmopolis, ossia l’edificazione dell’ordine internazionale.

Accanto alle proposte classiche riconducibili al modello federalistico e a quello confederalistico, gli intellettuali e la dottrina internazionalistica ha sviluppato anche altri approcci talvolta anche intermedi come la democrazia cosmopolitica (Archibugi, Held). Habermas ha pubblicato La costellazione post-nazionale in cui sancisce la necessità del passaggio dalla democrazia dello stato nazionale ad una costellazione post-nazionale in cui diritti umani, democrazia, partecipazione travalicano i confini assumendo forme nuove e trans-nazionali (Dryzek, McGrew, Anderson, Bohman, e altri).

Alcuni autori e alcune facoltà universitarie hanno cominciato ad istituire corsi e riviste che si occupano di una nuova materia: il diritto costituzionale globale. La presenza di Carte che proclamano sia a livello universale che regionale i diritti umani, di Tribunali internazionali, la tesi che l’umanità possa essere anche considerata come un unico popolo senza distinzione di sesso, razza, cultura e religione, ha indotto molti a parlare di un vero e proprio costituzionalismo globale o di un cosmopolitan constitutionalism.

In quest’ottica è definitivamente superata la visione della formula di apertura della Carta delle Nazioni Unite in cui i popoli creano un sistema di relazioni per mantenere la pace e avere rapporti di buon vicinato. In questa visione, sembra che ci sia ancora un mondo diviso in tanti piccoli recinti, che cercano di mantenere una pace collettiva. L’ottica del costituzionalismo globale comporta una rivoluzione nel modo di pensare: non esistono più recinti e popoli che – in qualche misura – danno vita all’ordine internazionale, ma è, viceversa, l’ordine internazionale ad essere l’unico vero ordinamento da cui dipendono tutti gli ordinamenti particolari.

Impostando il discorso entro questo percorso è doveroso domandarsi: l’attuale “ordine” internazionale è costruito a misura degli individui, dei popoli, delle culture o è costruito per favorire nuovi tiranni come banche, multinazionali e lobby energetiche e militari?

Allo stato attuale, il diritto costituzionale globale è più una chimera e un’utopia. Dai frammenti di carte dei diritti umani, tribunali internazionali, problemi comuni dell’umanità emergono alcune prospettive e alcune domande importanti, che ho esposto e a cui bisognerebbe rispondere sia dal punto di vista teorico, culturale e filosofico, sia dal punto di vista etico e giuridico.

Già nei secoli scorsi, Comenio ha illustrato in una mirabile sintesi la necessità di convogliare gli sforzi verso la creazione di una lingua universale, di una cultura universale, di un modello educativo universale e di un’organizzazione politica universale.

A mio modesto avviso, il diritto costituzionale globale e, più in generale, la riforma dell’ordine internazionale saranno le nuove frontiere della scienza giuridica del XXI secolo.

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