Ringrazio di cuore l’ambasciatore russo per aver denunciato lo scandalo della sanità a Roma per cui ha dovuto sborsare 18.000 euro per una serie di diagnosi relative ad un mal di pancia della moglie che, fortunatamente, non esisteva. Spero proprio che questa vicenda aiuti il nostro paese a migliorare.

Vorrei attrarre l’attenzione dell’ambasciatore su una questione che riguarda il suo paese e su cui si potrebbe cercare di migliorare. Si tratta del rilascio dei visti di entrata in Russia. Dopo le feste dell’inizio di gennaio ho ricevuto l’invito a tenere delle lezioni in un’università di Mosca. Ho immediatamente iniziato la proceduta telematica e mi è stato dato l’appuntamento per presentare la documentazione per due giorni dopo. All’ufficio visti di Roma mi è stato detto che il certificato dell’assicurazione sanitaria (obbligatoria soltanto in Russia) che esibivo non aveva il prescritto timbro e che sarei dovuto andare all’agenzia assicurativa per apporlo. Non essendo questa strada percorribile per mancanza di tempo, altrimenti non sarei potuto partire, ho dovuto rifare l’assicurazione avvalendomi della compagnia russa rappresentata provvidenzialmente negli uffici, evidentemente autorizzata da qualcuno, e con l’esclusione di altre possibili compagnie assicuratrici. Il modulo che avevo compilato mancava di un dettaglio: mi è stato detto che non era però possibile aggiungerlo a penna e che avrei dovuto usare un loro computer ed iniziare di nuovo la procedura – ho dovuto pagare anche per questo. Visto che la partenza era imminente, mi è stato detto che dovevo pagare l’urgenza (ben 70 euro). In sostanza ho dovuto sobbarcarmi l’onere della predisposizione della pratica a casa e nell’ufficio trasformandomi in un impiegato dell’ufficio, ho buttato al vento la mia assicurazione, ho dovuto pagare perfino per il modulo e per una inesistente urgenza una somma stratosferica: in tutto 140 euro.

La mia conclusione è che in questo caso il visto non è più un servizio del governo ai cittadini che si devono recare in Russia, ma un vero e proprio business in regime di monopolio. L’ambasciatore è d’accordo e, soprattutto, può fare qualcosa?

A proposito dell'autore

Giorgio Sirilli è dirigente di ricerca presso l’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (CERIS) del CNR. Economista e statistico, si occupa di politica scientifica e tecnologica, economia del progresso tecnico, indicatori della scienza e della tecnologia, management dell’innovazione, risorse umane per la scienza e la tecnologia, dimensione territoriale dei processi innovativi, valutazione della ricerca. Ha svolto attività di ricerca allo SPRU, Università del Sussex, Regno Unito e all’OCSE, Parigi, ed ha insegnato in varie università italiane e straniere. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, tra cui il libro Ricerca e sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche, Il Mulino, Bologna, 2005. Presidente del Gruppo di esperti nazionali sugli indicatori della scienza e della tecnologia dell’OCSE (1984-2002) e del Consiglio scientifico dell’ “Osservatorio sulla scienza, la tecnologia e le qualificazioni” del Ministero della ricerca e dell’educazione del Portogallo.

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