Usare locuzioni inglesi – è acclarato – fa tanto figo, moderni, ggiovani, insomma smart, per non dire straight, e così chiudiamo il cerchio. La spending review, lo spread, il jobs act stanno lì a rammentarci costantemente che la nostra competenza linguistica – con buona pace di Chomsky – non è innata ma ci viene consegnata in busta paga con le dovute detrazioni fiscali.

L’ultima chicca dell’immane efflorescenza creativa di Renzi è la questione dell’estensione dell’“atto dei lavori” (che sfacciato!!!) anche al pubblico impiego. La pantomima prevede il fatto che il premier si tiri indietro all’ultimo momento, dichiarando che la regolazione dei rapporti nella pubblica amministrazione è già affidata ad altre cornici normative. Grazie, che buon cuore! Calando poi l’asso quando, in perfetto unisono con la destra antistatalista, aggiunge: colpiremo i disonesti e gli assenteisti! Pe questi non ci sarà pietà!

Ci risiamo: ricordate tutti qualche anno fa il prode Brunetta cosa fece negli anni del suo ministero? La lotta agli statali come ai tordi. Peggio: come al cinghiale! Si tratta di una specie pericolosa, che può far danno se non braccata, disciplinata, eliminata. Ed è quasi disonesto rammentare che gli statali sono gli unici pagatori di tasse sicuri in questo miserabile paese in cui non si combatte solo (come si fa in ogni altro paese capitalista) una strenua lotta di classe, ma si pretende persino di farlo utilizzando una costante messa in scena dell’imbecillità paludata in genialità.

La faccenda è impegnativa e non vogliamo rischiare di rovinare il sangue dei lettori proprio a inizio d’anno. E dunque restringeremo il focus alla mera questione della “disonestà” dei pubblici dipendenti, spesso colti con le mani nella marmellata (i.e. a fare shopping o sauna in orario di servizio).

Per la cultura sudaticcia, melmosa, ipocrita che ispira l’azione gestionale del pubblico impiego – dalla sanità ai ministeri, dalle regioni alla scuola – è infinitamente più facile decidere che il problema è l’assenteismo, che fra l’altro mina la relazione fiduciale fra enti e cittadinanza. È immensamente più facile indicare il sintomo piuttosto che la noxa, il germe patogeno che divora la salute della gente che lavora e che ogni giorno si reca alla sua postazione per fare il suo lavoro. La noxa è l’assoluta mancanza di una cultura dell’appartenenza. La noxa è l’assoluta mancanza di una intelligente, sana, moderna cultura della premialità. La noxa è la strategia clientelare, nepotistica, di coltivazione del clan politico-affaristico, che ha infettato la pubblica amministrazione raggiungendo, negli anni della cosiddetta “aziendalizzazione”, livelli mai raggiunti quando si praticava la lottizazione alla luce del sole.

Pensate: viene quasi da rimpiangere un male minore per rigettare la mostruosità di un male maggiore.

Del resto, questo è l’Italia.

Il neo-liberismo non avrà pace fino a quando non avrà precarizzato tutto. Per il pubblico impiego è solo questione di tempo.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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