di Franco Liotta

Catania – Un turbinio di emozioni, un susseguirsi di parole, voci, sguardi e vite, quelle che potrebbero appartenere a ciascuno di noi. È questa la sensazione che si ha assistendo allo spettacolo “La Confessione” del regista Walter Manfrè, andato in scena al Ma di Catania nei giorni scorsi. Un Caronte, nelle vesti di prete folle, che traghetta i “confessori” preparandoli al percorso che, a breve, loro si presenterà, cercando con forza una redenzione tanto “richiesta” anche solo nella partecipazione /condivisione / ascolto di quei peccati, strani ma sempre possibili che, inevitabilmente, continueranno ad essere commessi.

il regista Walter Manfrè

il regista Walter Manfrè

Ecco, si apre la scena, due file con dieci inginocchiatoi: da un lato dieci spettatori, muti confessori in ascolto, dall’altro dieci personaggi “peccatori” che si avvicendano e confessano i loro peccati. Lo spettatore uomo confessa sempre una peccatrice femmina. Viceversa, la spettatrice donna confessa sempre un peccatore uomo. Una scenografia scarna ma intensa, luci soffuse che rimandano alle atmosfere sacrali di una chiesa, ricordo ancestrale di una cultura sottomessa ma, nel profondo dell’animo umano, naturalmente trasgressiva. La redenzione come viatico per una ricercata riabilitazione dell’anima. I penitenti che si susseguono senza apparente logica e che emergono da chissà quali luoghi terreni, lo spettatore accoglie silenzioso ciascuno di essi e ascolta con crescente coinvolgimento emotivo. Una campanella delimita il tempo, un tempo di estrema intimità, entro il quale gli occhi di coloro che vogliono espiare le proprie colpe si fondono con quelli dello spettatore/prete in un interminabile fiume di parole e profonde sensazioni. Tutt’intorno il brusio degli attori “confessanti” riecheggia e accompagna, come un sordo sottofondo, il racconto di ciascuno dei peccatori.

Venti storie paradossalmente compatibili con il vivere quotidiano di qualunque essere umano, debolezze e fragilità schiaffate in maniera disarmante, vite comuni, apparentemente senza epoca né luogo, viaggio al centro della propria umanità, un cammino dalla colpa al desiderio di un’emancipazione catartica diretta a una ricerca spasmodica della purezza anche attraverso la complicità di chi ti ascolta.

S’innesca, allora, inevitabilmente una sorta d’interazione tra attore e spettatore che, anche se in rigoroso silenzio, diventa protagonista attivo e parte emotiva della storia che sta udendo.

Così Walter Manfrè, esponente di punta del Teatro della Persona, nella sua più intima e profonda umanità, rende lo spettacolo sempre attuale nonostante i suoi ventidue anni di vita, rinnovandolo continuamente con l’apporto di nuovi testi, attraversando diverse generazioni e calcando le scene di molte nazioni come Francia, Inghilterra, Scozia, Spagna o Argentina.

Esperienza molto particolare, da parte dello spettatore, catapultato nel mondo del peccato e testimone consapevole di una nuova drammaturgia contemporanea.

A proposito dell'autore

nato a Catania nel 1965, dopo una vita passata in mezzo alla carta stampata, alle soglie del mezzo secolo si è lanciato in collaborazioni on line e radiofoniche. Viene definito “ping pong man” per il suo eterno vagare in terra italica. È molto narciso nel suo essere e fiero della propria voce e della criniera che (da buon leone) conserva e cura gelosamente. Da qualche anno si si applica, con costanza, per diventare un buon tanghero ma, forse, i risultati migliori li esprime nella scrittura.

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