Il congiuntivo, diciamolo subito, è il modo (per qualcuno anche “il tempo”!) più bello della grammatica italiana, più elegante, più colto, anzi più poetico, che ispira “alla grande” letterati, professori, accademici e non. E naturalmente i romanzieri: Erik Orsenna, I cavalieri del congiuntivo (trad. dal francese, Salani ed. 2004), Massimo Roscia, La strage dei congiuntivi (Exòrma, Roma 2014). Guai dunque a chi lo tocca!

Diciamo subito anche che non c’è di che temere della sua sorte in italiano. Non si va invero verso una sua “progressiva (e fatale) estinzione”, come qualcuno ritiene. Il congiuntivo semplicemente co-esiste con l’indicativo. E non da ora! Congiuntivo e indicativo da secoli si inseguono spesso nella stessa frase, in uno stesso autore. I professori di letteratura italiana ricorderanno il

«Cred’ ïo ch’ei [Virgilio] credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse».

O per citare un contemporaneo, geograficamente anche più vicino:

«Mi è impossibile amare una donna che non mi ami.
Potrei esserle amico, ma niente più.
Ogni donna che non mi ama è un uomo» (Bluff di parole).

Il congiuntivo rispetto all’indicativo è in una situazione di “drift”, di “deriva” (direbbero con Edward Sapir 1921 i soliti linguisti). Una tendenza presente in tutte le lingue indeuropee, ricordava fin dal 1920 Antoine Meillet, con diversi esiti. E se in altre lingue è scomparso o si è notevolmente ridotto, le lingue (cioè i parlanti) non ne hanno affatto sofferto, infinite e imprevedibili essendo le risorse stilistiche di ogni lingua con cui i parlanti possono dar forma ai propri pensieri …

Se è poi vero che l’adolescenza è proprio l’età della “indeterminatezza”, “dei dubbi”, e se è vero che il congiuntivo non è molto amato dai giovani, sarà invero che il congiuntivo non dev’essere proprio il modo dell’incertezza, dei dubbi. Sarà piuttosto un modo spesso più ‘difficile’ da usare, formalmente assai vicino all’indicativo, diverso per una sola vocale (“am-ino/am-ano”, “tem-ono/tem-ano”, “veng-ono/veng-ano”) e spesso omofono (“am-i/am-iamo“, “tem-iamo“, “ven-iamo“). Un modo “di lusso”, disinteressato, a-asemantico, rispetto all’indicativo, come dimostrano tra l’altro i veri credenti, che credono (senza problemi di fede) sia all’indicativo (“credo che Dio esist-E“), che al congiuntivo (“credo che Dio esist-A“).

Quanto a “i post-maturi” che vogliano (o vogliono) “riconsegnarsi alla volatile inconsistenza dei ‘se’ e dei ‘ma’, dei periodi ipotetici, delle congetture e degli azzardi”, essi possono benissimo farlo grazie appunto ai “se” e ai “periodi ipotetici”, con maggiore probabilità all’indicativo (se posso lo faccio) o con minore probabilità o improbabilità al condizionale (nella principale o “apodosi”: lo farei se potessi; l’avrei fatto se avessi potuto) in quanto potenziale.

Il congiuntivo c’entra qui invero ben poco. Tant’è che “se lo sapevo lo facevo” (col doppio indicativo) significa la stessa cosa che “se l’avessi saputo l’avrei fatto“, certamente più elegante, più sofisticato. Tant’è che nell’uso popolare(ggiante) il condizionale della principale transita nella secondaria, anche nell’autore della Recitazione della controversia liparitana. Dedicata a A. D. (1969), in bocca al vescovo rivolto al sergente: “e se voi […] vorreste [‘voleste’] associare alla mia la sua sorte, credo che ne sarebbe felice”.

La congettura è infatti nel “se” e ribadita nel duplice “condizionale”.

“Il congiuntivo non sa comandare!”, “non sa, e non vuole, imporre o comandare niente a nessuno” ha osservato qualcun altro. Ma forse che non è corrente dire (al congiuntivo-imperativo) “Chi entra per ultimo chiud-A la porta” o “Chi più ne ha più ne mett-A“, e così via?

Che poi qualcuno dichiari ancora, con metafora preoccupante, che la lingua diventa “un organismo malato” per via dell’indicativo che incalza il congiuntivo, e trovi “este-r-efatti” gli studenti – per il corrente “qual’è“, “qual’era” con elisione, di illustri letterati e grammatici, (ma “quale ragazza/film“, non già “qual ragazza/film“), anziché con il troncamento dell’italiano antico (“qual è“, “qual piuma al vento“), – c’è invero di che restare non meno “este-rr-efatti”.

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A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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