Per comprendere gli episodi di corruttela che si manifestano e appaiono come polloni inestirpabili di una pianta infestante è necessaria una esatta percezione di quanto siano cambiati la politica e il “patto sociale” che hanno retto sino a “mani pulite” il rapporto tra classe politica e mondo imprenditoriale da una parte, e cittadini dall’altra.

Faceva parte degli orizzonti politico-ideologici della “Prima Repubblica” l’idea che la politica avesse il dovere e il potere di pilotare lo sviluppo economico del paese. All’interno di questo il quadro di riferimento complessivo si concepivano ed effettuavano grandi investimenti strategici che – errati o giusti col senno del poi – si proponevano di stimolare una crescita economica e industriale in zone caratterizzate da miseria e arretratezza, in un’ottica di solidale ed armonico sviluppo di tutto il territorio nazionale e di un equilibrio economico tra Nord e Sud. E la classe politica si faceva garante di un patto sociale tra ceto produttivo e lavoratori nel quale essa si assumeva il compito di armonizzare opposti interessi e di distribuire, attraverso il welfare, la ricchezza prodotta.

Sappiamo come è andata a finire: il “primato della politica” ha finito per generare in Italia la subordinazione della gestione economica efficiente agli interessi clientelari, alimentando e foraggiando il sistema dei partiti e le loro clientele locali; era – come qualcuno ha sostenuto – una sorta di “sovietizzazione” dell’economia, con lo stato che finiva per gestire, in modo improduttivo ed antieconomico, anche la fattura dei panettoni. Con “mani pulite” e con il conseguente crollo del muro di Berlino, si è fatta strada l’idea, anche sull’onda delle concezioni neoliberiste sostenute dagli economisti della scuola di Chicago ed attuate in modo pionieristico dalla Thatcher e poi da Reagan, per la quale la classe politica dovesse ritrarsi dalla gestione diretta dell’economia, lasciando libero corso ai “meccanismi del mercato”, che con la loro oggettività avrebbero assicurato la migliore allocazione delle risorse e una loro più efficiente e meno corrotta gestione. L’entrata nell’euro e il conseguente dominio economico-finanziario globalizzato hanno ulteriormente sottratto alla classe politica di ciascun paese le decisioni più importanti sulla propria economia, i cui margini di manovra e di discrezionalità sono stati drasticamente ridotti.

Non per questo la politica è andata incontro a un “dimagrimento”, a una minore pervasività sociale; pur rinunciando al governo dell’allocazione delle risorse del sistema produttivo – ritagliandone per sé e per il proprio mantenimento una buona fetta – ha escogitato nuovi modi di appropriarsi di quote della ricchezza sociale attraverso la gestione di una molteplicità di enti, partecipate, municipalizzate e istituzioni esistenti sul territorio (il federalismo, da questo punto di vista, è stato una vera e propria manna), che sono state sempre più sottoposte al suo controllo e infiltrazione e pertanto sottratti a una gestione tecnica assicurata da competenti, selezionati in base a forme pubbliche di accertamento delle loro capacità.

In questo caso non ci sono vincoli europei o di mercato che possano costituire un ostacolo. La politica ha così potuto trasformare il proprio “modo di ri-produzione”: non più il saccheggio delle risorse direttamente generate dal sistema industriale (attraverso il controllo di imprese ed aziende o le tangenti imposte ai privati per finanziare i partiti politici), bensì il diretto approprio della ricchezza sociale, prodotta dal sistema economico, che è drenata attraverso la fiscalità generale, regionale e locale. Grazie alla capillare penetrazione in enti territoriali, comuni, province, partecipate, municipalizzate e via via inventando, la politica ha potuto sempre più ritagliare a proprio vantaggio (cioè, di coloro che direttamente gestiscono queste realtà e di tutta la vasta clientela ad essa collegata) gran parte della ricchezza nazionale. Si capisce dunque la continua necessità di estendere sempre più il proprio potere, anche laddove prima esso non arrivava: unità sanitarie locali, ospedali, università, sistema dell’istruzione, beni archeologici e ambientali, grandi opere (Expo, Mose) e persino l’assistenza agli immigrati; insomma, tutto diventa un’occasione per consolidare e accrescere il potere discrezionale di una classe politica sempre più vorace, disinvolta e slegata da ogni ideale o progetto complessivo circa il futuro comune, a vantaggio di se stessa e di chi sostiene il partito che in un dato momento detiene le leve della cosa pubblica.

Ecco dunque la vera differenza tra prima e seconda (o terza) repubblica: la fine del primato della politica – decretata sulla base di nobili e a prima vista condivisibili obiettivi – non solo non ha portato alla riduzione del potere dei partiti e alla diminuzione della corruzione, ma ha comportato il tacito rinegoziamento di un nuovo “patto sociale” grazie al quale il ceto industriale lascia libero campo al ceto politico di gestire la ricchezza sociale di cui lo stato e le amministrazioni regionali si appropriano tramite la fiscalità generale; e il ceto politico predispone a vantaggio di quello economico-industriale tutte le riforme e le misure economiche di suo interesse, in termini di legislazione sociale e del lavoro (il “jobs act”), di concrete misure di sostegno o non interferenza economica, o di ridimensionamento del potere sindacale.

In tale quadro la corruzione così come la vediamo operare dalla cronache quotidiane è solo un effetto di questa nuova distribuzione del potere, nel quale il ceto politico perde sempre più la funzione da esso assicurata nei tempi “ideologici” – la gestione del consenso in funzione di un progetto sociale complessivo motivato da principi etico-politici ed economici – per diventare sempre più rappresentativo degli interessi propri e dei suoi immediati amministrati e seguaci. Di conseguenza, anche la corruzione cambia aspetto, passando da appropriazione da parte dei partiti ad appropriazione da parte dei singoli, per i quali i partiti diventano solo lo strumento di facili carriere ed arricchimenti. Sprovvisti ormai di radicamento territoriale e di punti di riferimento ideali – se non in funzione opportunistica e di consenso elettorale – essi sono facili preda per potentati locali e scalatori in grado di portare pacchetti di voti utili alla mera competizione interna del ceto politico nel suo complesso.

Ad un ceto industriale ed economico-finanziario lasciato libero di fare tutto ciò che vuole in base al “mercato”, col volenteroso e complice aiuto della politica che approva le leggi ad esso gradite, fa da contraltare una politica lasciata libera di saccheggiare la ricchezza nazionale grazie alla propria capillare e crescente presenza in tutti i gangli della vita civile, incontrastata nella sua escogitazione di leggi elettorali e costituzionali che rendano più agevole questo obiettivo. Nel mezzo, il popolo italiano e i semplici lavoratori, ai quali sono lasciate le briciole di quanto resta.

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