Negli ultimi mesi, il Presidente del Consiglio italiano si è contraddistinto per un approccio ai critici non molto dialettico. Gli avversari – siano essi minoranze parlamentari, sindacati o “professori” – sono infatti sistematicamente dequalificati, e le loro argomentazioni per conseguenza svalutate, ridotte al rango di piagnistei, astrazioni, “gufate”. Poiché tuttavia non è pensabile che le critiche all’operato del Governo siano tutte di scarso valore, può essere interessante chiedersi il motivo per cui l’attuale Premier pratichi continuamente questo tipo di operazione semantica. Ebbene: il motivo, a mio avviso, è che non essendo in grado di difendere l’operato del proprio Governo in base a contenuti concreti (in questo anno e mezzo la disoccupazione è aumentata, il debito pubblico è salito, i diritti dei lavoratori sono stati diminuiti, i costi della politica non sono stati ridotti, ecc.), egli effettui questa difesa delegittimando l’avversario, ossia affermando implicitamente che costui – chiunque sia, “a prescindere” direbbe Totò – non è un interlocutore credibile.

Dato però che, in democrazia, l’operato di un Governo è sempre criticabile, e la responsabilità politica esige di fornire risposte alle critiche – la responsabilità consistendo appunto (anche) nel “rispondere” di ciò che si fa o non si fa –, mi sembra si debba far notare che questo atteggiamento del Premier, impedendo la critica costruttiva, sfavorisce il bene comune. Chi, infatti, ha realmente come fine il bene ascolta sempre le critiche, perché sa che da esse si può anche imparare; chi, invece, ha come fine solo il far sembrare di essere bravo per mantenere il potere, tende a disprezzare le critiche, non considerando quanto di buono esse possono contenere. Poco importa, poi, dichiarare in pompa magna che “il Governo ascolta tutti”, quando in realtà i “tutti” che vengono ascoltati sono solo quelli che la pensano come il Governo, mentre gli altri si fa solo finta di starli a sentire, nel tempo necessario in cui si perfeziona l’iter legislativo del provvedimento.

Per chiarire cosa si perde il Governo – in realtà tutti noi – con questo atteggiamento di chiusura nei confronti delle critiche, risulta a mio avviso educativo un confronto con la filosofia greca classica. Ebbene: essa, con Socrate e Platone, ha chiaramente mostrato che la critica, in ogni caso, costituisce un bene. Anche quando, infatti, si rivela sbagliata, essa contribuisce a rafforzare la tesi vera, in quanto difendersi onestamente da una critica implica sempre una riflessione sulla tesi che si sostiene, e dunque una maggiore consapevolezza della validità della tesi stessa. Quando, poi, la critica si rivela corretta, essa contribuisce ancor più alla verità, eliminando una tesi falsa che si era surrettiziamente imposta come vera: ciò conduce, in primo luogo, ad una migliore conoscenza generale, ed in secondo luogo ad una “purificazione” del sostenitore della tesi errata. Specie per i contenuti politici, che sono i più importanti poiché riguardano l’intera collettività, risultano emblematiche le parole di Platone: «La confutazione è la più grande e la più potente delle purificazioni. Per questo dobbiamo pensare che chi (non essendo nel vero, LG) non è stato confutato, anche se fosse il Grande Re, in quanto non è stato purificato per quanto riguarda le cose più importanti, è privo di educazione».

Lo stesso atteggiamento nei confronti della critica fu mantenuto, ed anzi ulteriormente elaborato, da Aristotele, il quale considerò la dialettica – intesa come reale confronto di argomentazioni finalizzato al raggiungimento della verità – come il processo più importante della conoscenza filosofica, la quale consiste sempre (anche) in un dialogo fra amici. Affrontando invece la critica sempre cercando di trovare nell’avversario delle carenze etiche, o comunque deformandone in modo polemico-parodistico la posizione, non si attua un confronto dialettico, ma solo uno scontro diatribico, che gli antichi sapevano essere mosso dalla mera volontà di prevalere, non di giungere alla verità.

Comprendere che l’ascolto delle critiche può essere utile non è un contenuto difficile da assimilare. Tuttavia, nessun messaggio viene realmente compreso quando il destinatario non lo vuole comprendere. Ora: il destinatario di questo messaggio è un sistema economico-politico che ha come fine, al di là delle dichiarazioni di facciata, l’accrescimento del proprio potere. Poiché tale fine è favorito dalla difesa aprioristica della tesi per cui “il Governo sta facendo bene”, le critiche vengono delegittimate. Siccome però le critiche, quando sono dialettiche – non diatribiche – hanno come fine la ricerca della verità, da questo ripetuto atteggiamento del Governo si deve trarre una amara conclusione: che l’attuale sistema di potere non ha come fine la ricerca della verità. E poiché la verità si accompagna sempre al bene, si deve trarre una seconda conclusione: che questo sistema non ha come fine nemmeno la ricerca del bene.

A proposito dell'autore

Luca Grecchi insegna Storia della filosofia alla Università degli studi di Milano Bicocca. E’ direttore della rivista di filosofia Koinè, ed autore di una trentina di volumi principalmente sulla antica filosofia greca. Fra i suoi libri principali Conoscenza della felicità (Petite Plaisance, 2005) ed A partire dai filosofi antichi (Il Prato, 2009, con Enrico Berti).

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