Scandalizzare è un diritto, diceva Pasolini. Oggi è tornato di moda il “pensiero” condominiale: io mammeta e tu. Le eccezioni sono poche. In omaggio al pensiero dalle gambe corte, vorrei intonare un “esultate” per la condizione nella quale versano i teatri catanesi. Buone notizie naturalmente. Forse chiuderanno – anche se le speranze che calino le tenebre sui nostri allestimenti sono poche.

Sono un peccatore frequento e frequentavo gli avelli teatrali ove la borghesia del lavoro sfila obbedendo all’imperativo dell’autorappresentazione. La cultura è finzione. Qui da noi se ne sente il bisogno: nulla è più finto della città. Le identità si tengono per mano: gli attori sono borghesi. Una borghesia militare in alta uniforme con le armi della carta di credito, della raccomandazione e del contratto di lavoro. Ricoveri per graduati ove l’unica regola è il nonnismo. A comandare sono gli anziani. Non a caso oggi, tra i pochi a reddito fisso.

Piangerò la sorte mia. La speranza che la cultura non ce la faccia è una lucina da cimitero. La città deve ricominciare da zero. Dovrà andare in guerra e “riprogrammare” le molecole, dovrà sudare neorealismo. Dovrà morire di fame, non di mafia. La cultura di “stato” – l’unica che abbia forza – è una funzione con sacerdoti e chierichetti. Pie donne e sacrestani. La cultura è fascismo. Violenza.

Quel fascismo delle idee di cui si parla da decenni. La fine della cultura è una ferita inferta al corpaccione malato di una borghesia malata. La cui malattia coincide col desiderio di reiterare se stessa. La borghesia vive delle proprie angosce. Si riproduce orgogliosa della propria privilegiata “solitudine”, anzi unicità.

Questi luoghi sgraziati riproducono egemonica finzione. Questa orribile terra la distruggi minandone le “tradizioni”. Buttando al cesso dio, patria e famiglia. Distruggendo le culture che come i gemelli di Philip Dick si tengono per mano. Il misero perbenismo cristiano, la finta cultura che la condanna e che nutre gli “amorosi” sensi. La borghesia nostrana è specializzata in raccolta differenziata. Il teatro è simulazione e le simulazioni scongiurano i pericoli. Sono terapie, potentissimi narcotici. In una terra che si ciba di ipocrisie la cultura è pane, il teatro companatico. Primo obiettivo: gridarle in faccia quel che è. Una mostruosa creatura da cui fuggire.

Il posto in prima fila è il vostro destino: attenzione alla sedia elettrica, catanesi. La cultura non rende liberi, invecchia le cellule. Nel novembre 1971, J. Evola scrisse un articolo “capolavoro”: La superstizione dell’uomo colto, non ho avuto occasione di ripassarlo. Pubblicato sul “Conciliatore”, ne consiglio la lettura. Chissà che non accada.

A proposito dell'autore

Giornalista e saggista

Marco Iacona, giornalista e saggista. Siciliano non per colpa sua. Autore di sei volumi dal colonialismo italiano all’éra pop passando per il Sessantotto. Il settimo è in arrivo. Conosce Trento, Trieste, Bologna, Milano, Bergamo, Asti, Roma, Firenze, Pisa, Genova e Venezia. Non è mai stato ad Amalfi. Preferisce i fumetti a Nietzsche e Nietzsche a Hegel. Studia la destra ma preferisce Woody Allen. Ama l’opera lirica, la Callas e Pasolini. Ha vissuto quarant’anni in Sicilia e quattro in Piemonte. Nel 2010 ha riattraversato lo Stretto non per nostalgia.

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