La narrazione mitologica della democrazia ci ha da tempo immemore abituati a pensare che uno spazio che contenga tutti, ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, sia perciò stesso uno spazio coeso, omogeneo, coerente. Questo è stato il principio ispiratore della carta costituzionale che, all’indomani del secondo conflitto mondiale, si scrisse nel presupposto che un nemico comune – il nazi-fascismo – bastasse da solo a fare di una nazione (entità definita da comuni radici antropo-linguistiche) una cosa unica, compatta.

In realtà, le stesse componenti sociali che avevano flirtato col fascismo – che come ogni brava forza politico-ideologica è sempre un tantino più che l’area sociale i cui interessi rappresenta – si ripresentavano, nell’Italia distrutta e incanaglita del dopoguerra, a esigere i loro tributi. La borghesia industriale del nord aveva già le sue piccole e grandi fortezze parlamentari, il cui ruolo di presidio era peraltro moltiplicato dagli interessi geo-politici che montavano nella guerra fredda. La DC, i cosiddetti partiti laici (liberali, repubblicani) e socialdemocratici, componevano un fronte granitico cui si contrapponevano socialisti e comunisti.

La vicenda politica del partito socialista si concluse presto coi primi governi di centro-sinistra, primo mirabile esperimento di polverizzazione del potenziale eversivo e di ingabbiamento istituzionale delle istanze di emancipazione delle classi subalterne. L’ulteriore viraggio manageriale impresso da Craxi nei tardi anni ’70 portò a compimento una triste parabola di involuzione.

Ciò che rese possibile in questo paese una quota così vistosa di “socialismo” (tanto da far dire al sardonico Andreotti che l’Italia era il paese più libero del mondo!) fu e rimase a lungo la presenza del Partito Comunista Italiano, abbastanza temuto da adottare una complessiva strategia di welfare che avrebbe messo radici ma sufficientemente tenuto in ostaggio sotto la minaccia incombente di un golpe prossimo venturo.

Cosa sarebbe stato capace di muovere, in termini di riconfigurazione dei rapporti di potere fra le classi, il compromesso storico – partorito da due personaggi politici che più diversi e insieme simili non avrebbero potuto essere, Moro e Berlinguer – non ci è dato sapere, dati gli esiti militari che quell’esperimento destò precocemente in quella poltiglia informe, gelatinosa, sotterranea di avanguardie rivoluzionarie armate e di servizi segreti rigorosamente disciplinati da Cia e Patto Atlantico.

La democrazia è spesso ritenuta il meno peggio fra i sistemi politici possibili. Una triste coscienza si apre, nell’indolente e sonnecchiosa pratica della rappresentatività, alla realtà di un mondo irrappresentabile, percorso da fameliche forze il cui intento è quello di egemonizzare non soltanto la vita politica di un paese ma la coscienza soggettiva di tutti coloro che quel paese abitano.

Gli Apparati Ideologici di Stato, di cui con divertita saggezza ci parlava Althusser già nei tardi anni ’60 – producono quotidianamente quei piccoli scarti che muovono la soggettivazione: la scuola, i partiti, il diritto, persino la scienza. Oggi il primato spetterebbe forse all’Informazione, che ha sostituito validamente la scuola nel compito di addestrare gli individui a pensarsi in uno spazio coeso, immoto: la democrazia. Totalmente funzionale alle logiche imperanti di mercificazione e di consumo. Fino a un certo punto, si udirono canti lontani ma ammalianti in cui si celebrava la solidarietà, l’uguaglianza sociale, la redistribuzione. Oggi l’unico canto rimasto, moltiplicato dai canali dell’informazione, è quello neo-liberista dell’uomo imprenditore di sé. Tutti a competere. Nessuno a vivere.

Ciò che rende possibile come non mai l’affermazione, sfrontata, che non ci sono più le risorse per mantenere il welfare, mentre sembra più che possibile trovarle per pagare stipendi e pensioni stratosferiche a manager inutili.

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