Una delle commedie musicali più famose di Tony Cucchiara, La fanciulla che campava di vento, verrà portata sul palco del Teatro Brancati da Giovedì 12 Novembre alle ore 21. La regia è curata da  Giuseppe Romani. Sul palco di via Sabotino – con la partecipazione straordinaria di Pippo Pattavina – Camillo Mascolino, Emanuele Puglia, Santo Pennisi, Olivia Spigarelli, Marina Puglisi, Margherita Mignemi, Evelyn Famà, Riccardo Maria Tarci, Camillo Sanguedolce, Claudia Sangami, Laura Sfilio, Giovanni Strano, Giovanni Vasta e con: Dario Castro, Silvia De Nizza, Claudio Licciardi, Elena Mascolino, Oliver Petriglieri, Simonetta Piccione, Giorgia Torrisi. Coreografie di Silvana Lo Giudice.

“La fanciulla che campava di vento”, è senza dubbio una continuazione ideologica dell’opera di ricerca iniziata anni fa e che ha portato l’autore a creare opere che sono passate alla storia del teatro, quali “Pipino il breve”, “La baronessa di carini” e “ Caino e Abele”, oltre naturalmente ad altri spettacoli squisitamente musicali.12208747_1060153117342270_8503078178840470628_n

“La fanciulla che campava di vento”, che ha come sottotitolo il “Barone di Rafadali”, è una favola popolare del 1400, in cui si racconta la storia di un paesino, appunto Rafadali, oggi Raffadali, i cui abitanti vivevano di agricoltura, di pastorizia e “soprattutto di stenti”.

Protagonista della vita di questo paesino era un barone, la cui caratteristica più rinomata era l’avarizia. Il Barone passò alla storia, oltre che per la sua avarizia che aveva dell’inverosimile, anche per aver inventato una pietanza ricca di proteine, economica, di facile preparazione e digeribilità: IL MACCO.

Una favola in cui, si riesce ad intravedere l’inquietante pianta dell’archetipo, di ciò che s’intuisce essere parte integrante di tutti noi, nessuno escluso. Così che, mentre ridiamo a crepapelle dei disgraziati casi dell’avaro protagonista de “La Fanciulla che campava di vento”, evitiamo di piangere amare lacrime sulle nostre miserie. Ma il Barone di Rafadali, in tal senso, e proprio per la sua estrema, totale e cosciente avarizia, acquista dimensione e spessore d’eroe, anche se negativo.

Assumendo su di se l’ingombrante fardello della tirchieria ci libera del peso della nostra, che così bene riusciamo a dissimulare nel quotidiano. Ma chi di noi non ha sperato o aspettato che un conto lo pagasse qualcun altro al nostro posto o non ha levato mille lire da una mancia già lasciata sul tavolo di un ristorante? In ciò è la bellezza dell’uomo, nella capacità di essere altruista ed egoista, eroico e meschino nello stesso tempo, e di poter scegliere. Così il nostro capro espiatorio, il Barone di Rafadali, per una sera ci esonera dall’incombenza della scelta incarnando comicamente l’essenza stessa dell’avarizia, il succo primigenio della micragnosità. Eppure la favola, proprio perché condotta sulle ali leggere del gioco e dell’ironia, è ancor più crudele di una tragedia. E’ una tragedia in maschera, dai tratti grotteschi.

Il ricco ed avaro barone viene punito per la sua avarizia non una, ma ben tre volte: con la perdita dei beni, con il tradimento della moglie ed infine con la perdita della sua stessa vita.

La sua agonia è una sorta di tortura a fuoco lento che occupa più della metà del secondo atto, e quanto più dura più ci divertiamo.

Il nostro comportamento, come si conviene ad ogni moderno spettatore, non è dissimile dal compiacimento verso certi programmi-spazzatura delle televisioni, da cui siamo morbosamente attratti, ma che pubblicamente aborriamo e deprechiamo.

Ed allora lunga vita al Barone Rafadali di Rafadali, che, almeno lui, una moraletta ce la lascia in eredità: se vuoi essere avaro siilo, ma evita di sposarti o, come lui stesso sostiene, non sposarti mai con una estranea.

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