di Graziella Nicolosi

CATANIA – Giallo? Romanzo? Fantacronaca? Dossier? Impossibile fornire una definizione netta di “Anche oggi non mi ha sparato nessuno” (Edizioni Leima), il nuovo libro di Riccardo Arena, cronista di giudiziaria e presidente dell’Ordine dei giornalisti di Sicilia.

Nel su20150724_184533o tour di presentazioni, Arena ieri ha fatto tappa nella libreria Voltapagina di Catania per la rassegna “Un giornalista, un libro, un tè”, organizzata dalla sezione provinciale dell’Assostampa. A fare gli onori di casa il segretario catanese del sindacato unitario dei giornalisti, Daniele Lo Porto, e Katya Maugeri, curatrice per Sicilia journal della rubrica “Sapore di libri”.

Il volume racconta in modo surreale le vicende di un ufficiale dei Carabinieri dal nome evocativo, Secondo Maschio, che abbandona il suo “buen ritiro” per mettersi sulle tracce di Cataldo Orchi, temibile capomafia rapito da fantomatici terroristi islamici. In un registro narrativo a più livelli – composto anche da registrazioni di telegiornali, trascrizioni di intercettazioni, perfino tweet di un presidente del Consiglio non troppo lontano dal nostro – l’autore immagina uno scenario inquietante, ma credibile e in fondo possibile, in quest’Italia sgangherata che sembra aver preso il lume della ragione.

I due protagonisti – Maschio e Orchi –  sono legati da antichi rapporti, come svela un episodio iniziale che li vede coinvolti: il futuro ufficiale dei Carabinieri, bambino su un campo di calcio, si rifiuta di tirare un rigore decisivo, ed è proprio Orchi a salvarlo dall’imbarazzo. Il “cattivo” che soccorre il “buono”, dunque, a testimoniare che non sempre il bene e il male stanno su due piani nettamente distinti.

“L’episodio iniziale – spiega l’autore – già rivela il patto che si stipulerà fra Stato e Antistato”, lungo trame oscure tutte da decifrare. In un gioco da “Settimana enigmistica”, toccherà al lettore identificare i personaggi reali nascosti in mezzo a quelli immaginari, senza farsi disorientare dall’apparente confusione di ruoli. “Nulla è come appare – dice Arena – in un’Italia bagnata dall’acqua e asciugata dal vento, fatta di misteri e ricatti”. Il dramma psicologico vissuto nel libro – dove tutti temono le possibili rivelazioni del capomafia – richiama quello del nostro Paese che ha fame di verità, ma contemporaneamente ne ha paura.

La Sicilia, poi, ne è la proiezione più significativa, assopita dall’abitudine e incapace di reagire, se non quando lo scoppio del tritolo la desta dal suo torpore. “La rinascita può partire dalla consapevolezza – commenta Arena – e quindi in primo luogo dalla volontà di documentarsi in maniera approfondita. Informarsi è un dovere che non sempre si esercita, preferendo leggicchiare senza impegno, magari spolverandosi il cervello sui social network”.

Anche i giornalisti però hanno le proprie responsabilità, e nel libro non manca una feroce autocritica verso una categoria travolta dal flusso di agenzie e tweet mordi e fuggi. Mentre la notizia sembra essersi persa per strada, mentre a tutti è concesso il diritto di fare “giornalismo partecipativo”, fa quasi tenerezza il vecchio cronista relegato dalla finzione letteraria (e non solo) in un angolo della redazione, come se non ci fosse più bisogno di lui.

In questo quadro a tinte fosche, rimane comunque un barlume di speranza. “I siciliani possono e devono riprendersi il loro ruolo”, auspica Arena. “In fondo – aggiunge – la Sicilia esisteva ben prima che nascesse la mafia. E ha avuto un passato più che glorioso”.

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