di Katya Maugeri

Taormina – Un romanzo che ha diviso la critica dei lettori, l’hanno definito eccessivamente indeciso, caotico, la sua narrazione confusa ed eccessivamente “arcaica”, altri – invece –l’hanno ritenuto un eccellente scrittore. È così che tra pareri discordanti, il Premio Strega 2015 viene assegnato alla “Ferocia” di Nicola Lagioia, presentato a Taormina durante il Festival Internazionale del Libro. Incontro moderato da Eleonora Lombardo e da Giulio Mozzi. Un noir, un giallo, un racconto di denuncia della corruzione italiana? Da molti è stato definitivo thriller sociologico, la sua indagine sulla figura umana esaminando da vicino la storia di una famiglia “orrorifica”- come lui stesso ha definito – un libro misterioso, in cui i personaggi appaiono, quasi fossero dei fantasmi. libroL’autore narra le vicende della famiglia Salvemini ambientando il romanzo in una parte di quella società che costruisce sull’inganno, sull’imbroglio, sulla gestione – disonesta – dei fondi dello stato, che alimenta il proprio benessere e la propria ricchezza, usando persino alcuni rappresentanti delle istituzioni. “

La Ferocia è il lavoro di cinque anni di scrittura. Occorre comprendere l’urgenza che teniamo a cuore, si scrive un romanzo – infatti – solo perché è la cosa più importante. Occorre sintonizzarsi con se stessi, sentire e assecondare le nostre priorità”. La Ferocia definita più volte anche da Giulio Mozzi come l’inconsapevolezza, l’assenza del ragionamento in cui su questo scenario pugliese i personaggi sono delle bestie, uomini tornati indietro, non evoluti, ma nelle loro carni e nelle loro ossa non hanno colpa, vivono privi di consapevolezza. «I miei personaggi sono dei cattivi in buona fede», dichiara l’autore, che conclude il suo incontro parlando del rapporto complicato che si istaura tra lettore e scrittore, «I lettori dovrebbero comunicare di più, creando così un confronto diretto con l’autore».

– Qual è il ruolo della letteratura in una società che sceglie di innalzare muri, lasciando la cultura fuori dalla propria vita?

«La letteratura ci permette di riconoscerci come essere umani, si pensi alla Montagna incantata di Thomas Mann, alle opere di Primo Levi, riusciamo a riconoscerci come esseri umani nonostante i disastri di cui disseminiamo nella storia. La letteratura come riconoscimento tra esseri umani e la letteratura come testimonianza. È una moltiplicatrice di percezioni, leggendo i libri è come se si spalancasse un occhio supplementare, un cuore supplementare, ti permette di sentire le cose con una diversa percezione e complessità.»

– La contemporaneità è il fulcro del suo romanzo. Qual è il confine tra memoria e contemporaneità?

«Il nostro rapporto con la memoria prima che essere intellettuale è fisico, noi ci portiamo addosso i nostri antenati e i secoli che ci hanno preceduto, senza nemmeno saperlo».

– Quali sono i fattori che alimentano, in questo periodo, la pigrizia intellettuale?

«L’Italia è un paese in cui si legge poco, qualcosa nella scuola proprio non funziona, qualcosa nel meccanismo scolastico che non alimenta la voglia di leggere nei giovani, forse perché in Italia si studia la critica sui libri e non i libri, questo impedisce l’alunno ad appassionarsi al testo e a ricercarne l’essenza».

K.M.

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