Marco Iacona –
Lo spirituale è un pericolo. Meglio lasciar perdere. Dal proprio punto di vista elitario Julius Evola, “allievo” di René Guénon, sconsigliava – non era questione di tipi comuni – di immischiarsi negli argomenti attinenti al sovrasensibile. Il rischio è quello di scatenare forze incontrollabili, diceva, al più ci si impegnerà a recitare “formule” inefficaci, sperando di trarne fuori chissà quale “verità”.
Colpa della modernità, continuava, che reca con se la necessità di una spengleriana “seconda religiosità”. Tutti santoni, mistici e spiritualisti. Chi ha letto Evola – chi se ne è interessato – sa che bersaglio delle critiche erano soprattutto le donne, ma non solo: si legga “Maschera e volto dello spiritualismo contemporaneo” (1932), anello debole di una catena quasi infinita di commercianti in esoterismo.
A scanso di equivoci. Non è il caso né di Giuseppe Cognetti né di Francesco Coniglione né di Alberto G. Biuso protagonisti di una gradevole conferenza in occasione della presentazione del libro di Cognetti, docente a Siena: “Con un altro sguardo” (Donzelli), studioso serio e documentato tra gli altri di Raimon Panikkar e Guénon. Un’introduzione alla “filosofia interculturale”, spinta fino all’abbandono del modello “monoculturale” eurocentrico. Argomento che suscita profonda curiosità.
15 maggio, pubblico attento ma non numeroso a palazzo della cultura (quello con l’immagine di sant’Agata, lì nel portone d’ingresso: sicuri si tratti di un luogo di libertà?). Parole d’ordine: riconoscere l’altro da sé, quel “diverso” che si riempie abitualmente di offese. Mario Forgione che ha promosso l’evento, animatore del circolo Communitas, giudica il libro un’utile via d’uscita dalla guerra, «strumento per operatori che si occupano di migranti». Un villaggio globale deve pur servirsi di mezzi adeguati alla propria condizione.
Il microfono passa ai relatori. Biuso divide il suo intervento in due parti. Nella seconda esprime alcune critiche («Nel libro c’è forse una svalutazione della nostra filosofia»). Nella prima esplora, in breve, il pianeta interculturale. “Con un altro sguardo” è quasi una introduzione al pensiero di Panikkar. Il libro ha tre parole chiave: pluralismo, dialogo e interculturalità. Quest’ultima è un «trasformarsi reciproco». L’identità è fondamentale ma non deve né escludere né mettere in relazione gerarchica i valori. Ogni monoteismo porta a una sola verità: cambiare le idee è facile ma cambiare «miti» è arduo. C’è difficoltà intrinseca di dialogo tra culture diverse.
Prima degli interventi finali provenienti dal pubblico, la relazione dell’autore, la cui ouverture è costituita di domande: «Come sono giunto alla filosofia interculturale? E questa sarà il futuro?». Si tratta di un «orizzonte di senso tutto da costruire». Il mio impegno viene da lontano, dice. «Da bambino a Catanzaro ho scoperto i Dialoghi platonici, contemporaneamente studiavo Abbagnano e mi appassionavo allo Yoga». Doppio binario dunque. «Amavo scorrazzare su altri territori, leggevo testi asiatici, infine faticosamente ho fatto dialogare le due cose grazie a Jung».
Quella di Cognetti è una lezione costretta a non varcare la soglia della “pratica”. Ha da rispondere alle sollecitazioni di Biuso, ha da soddisfare le curiosità dell’uditorio. Sono state perfino sollevate obiezioni sui diritti umani. «La filosofia in Occidente ha delle costanti. La prima è la centralità del concetto che manca nei testi indù». I cinesi non si sono mai chiesti «che cos’è?» come avviene in Occidente. Ma c’è un «equivalente» del «concetto» ed è lo «stato di coscienza».
Chi ha detto che la cultura occidentale sia migliore delle “altre”? Per meglio dire: cos’è questa cultura se non un puzzle di risposte a esigenze molteplici? La filosofia che ha dominato in Occidente ha trascurato aspetti pratici a dir poco fondamentali. Un esempio su tutti: la respirazione che è stata oggetto di studi in Giappone e India. «Respirare in un certo modo introduce in altri stati di coscienza», le cose si mostreranno conseguentemente in maniera diversa. Tutto ciò perché il mondo è straordinariamente complesso e si può mostrare «con cose diverse, vere contemporaneamente». Negli ultimi tempi anche le altre filosofie si sono aperte all’Occidente, però soprattutto per dimostrare che «loro avevano più di tutti». In realtà al dialogo interculturale «ci crediamo più noi». Gli studi indologici sono più in Europa che nei luoghi “d’origine”.
Negli ultimi tempi anche Coniglione ha praticato tematiche interculturali. Uno dei gravi peccarti dell’Europa è quello di aver negato l’esistenza di altre tradizioni. «Possiamo rapportarci alla realtà in altri modi» pur non cadendo nella trappola del relativismo, dice anticipando gli altri. Il pluralismo non è relativismo. Anzi è opportuno recuperare un’idea per cui «la verità si manifesta con molteplici linguaggi». Il linguaggio è di per sé parziale e non coglie la totalità del vero. Secondo una concezione indiana (Darśana) la verità è una, i discorsi molteplici. Anche nel tardo neoplatonismo si arriva a una concezione di questo tipo: l’assoluto è troppo profondo e ognuno lo descrive nel proprio modo. Come esprimere la pluralità delle manifestazioni se non con la «molteplicità degli dei»? Il cattolicesimo invece esaurì «il rapporto con la divinità in dogmi, e la fusione con le dottrine greche assicurò la diffusione tra le classi colte».
Le culture dialogano se hanno accessi diversi al vero. Un esempio proviene dal mondo della scienza. Qui la concezione monolitica è stata criticata da una visione che crea «modelli alternativi l’uno all’altro e non in successione cumulativa». Con punti di vista differenti e complementari, fedeli al modello di Bohr. Non esiste una formula unica «del tutto», ma una visione generale «interculturale».
Tre personalità danno il senso del dialogo: Martin Heidegger il cui concetto di Essere ha «consonanza con lo zen». Panikkar appunto, cattolico e «aperto alle altre religioni». E Guénon non ingabbiabile in «prospettive di parte». L’ultimo educa all’acquisizione degli strumenti del “sapere”. Una distinzione risulta dall’opera più conosciuta, “La crisi del mondo moderno” (1927): filosofia come mezzo, come ricerca, e filosofia come scopo. Solo la prima delle due opzioni, la cui origine risale a Pitagora, va nella direzione giusta: la filosofia è stadio introduttivo verso la sapienza. Furono i greci a indirizzare la filosofia verso una conoscenza razionale, umana ed essoterica, adombrando il lato non umano ed esoterico della sapienza.
Già Nietzsche, dal proprio punto di vista, aveva criticato la visione apollinea in quanto unica ed esclusiva tradizione del pensiero greco-occidentale.

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