di Anna Rita Fontana

Lo incontriamo all’Istituto Superiore di Studi Musicali “Vincenzo Bellini” di Catania, dov’ è  titolare da diversi anni di  una cattedra di Pianoforte . E’ il maestro Daniele Petralia, che ci accoglie tra avvolgenti note mozartiane durante una lezione a una sua allieva, lasciando subito affiorare una grande immedesimazione, prima di intrattenersi a parlarci serenamente del suo percorso artistico-musicale.
Maestro, Lei ha ottenuto da sempre e di recente lusinghieri riconoscimenti sul fronte internazionale e oltreoceano. Ci parli innanzitutto della sua formazione.
“Ho cominciato i miei studi in questo istituto sotto la guida del compianto Giuseppe Cultrera, che è stato senza dubbio un didatta straordinario. Poi ho proseguito a Roma per tre anni all’Accademia S. Cecilia col maestro Sergio Perticaroli, e in seguito con maestri del calibro di Lazar Berman, Vladimir Ashkenazy e Boris Petrushanskj.”DANIELE PETRALIA 2
Quale aspetto ha acquisito in misura prioritaria dai numerosi didatti che l’hanno seguita?
“Di certo la peculiarità di una grandissima cura nei confronti del suono pianistico, della sua cantabilità e bellezza, la qualcosa è quasi scontata per un violinista o un cantante che deve sempre controllare l’emissione del suono. Per un pianista virtuoso, che può lasciarsi trascinare dall’aspetto meccanico- in quanto si tratta pur sempre di uno strumento a corde percosse- è  davvero importante poter tracciare una linea melodica, una sonorità lirica che possa essere fruibile. Questo è infatti uno degli obiettivi preminenti della mia attività didattica.”
Lei è docente anche presso l’Accademia Pianistica Siciliana catanese, che insieme all’Istituto Bellini rappresenta un autorevole punto di riferimento per la formazione musicale. Ci sono divergenze tra le due strutture”?
“Sì. Le differenze attengono all’utenza e alla modalità dello studio pianistico. Qui il corpo studentesco è più diversificato: ci sono infatti ragazzi che svolgono corsi di formazione musicale di base da un certo punto in poi, ovvero il triennio accademico che corrisponde al vecchio settimo-ottavo anno di pianoforte, seguito dal biennio specialistico. Si tratta dunque di un percorso universitario che converge in una Laurea rispettivamente di primo e secondo livello, titolo al quale è equiparato a tutti gli effetti il Diploma del precedente ordinamento. In accademia, che è un’istituzione privata, si lavora solo ed esclusivamente sul perfezionamento pianistico, senza limiti d’età. L’utenza comprende ad esempio studenti da un certo livello in su, o concertisti già professionisti che devono perfezionare un programma per dei concerti o per un concorso. Spesso ci troviamo di fronte a dei giovani pieni di talento.”ISTITUTO VINCENZO BELLINI
A questo proposito Le chiedo cos’è realmente un talento musicale. Si tratta solo di una capacità innata, o è il frutto di un background culturale?
“In realtà per talento si intende un insieme di tante cose: una comprensione profonda della musica, una capacità tecnica che trascende il mezzo, finalizzando il tecnicismo solo al discorso musicale; e inoltre la capacità di ascoltarsi che è di fondamentale importanza, perché favorisce la maturazione della persona e quindi un’autodisciplina non comune. Si tratta di una capacità portentosa di base che va incanalata da un bravo insegnante che sia anche un valido psicologo, e soprattutto mai repressa anche quando non corrisponde alla sua visione . Questa base va amplificata da un bagaglio culturale di un certo spessore.”MOSCA IL CREMLINO
A questo punto entra in campo la capacità interpretativa. In che misura interviene l’orientamento culturale di un insegnante nel mediare tra un’interpretazione filologica, ovvero fedele alla partitura, e un’interpretazione più libera e magari più accesssibile?
“L’equilibrio tra queste due posizioni è cambiato molto nel tempo: da giovani si tende a mettere il 70% di sé e il 30% del compositore. Man mano si tende a bilanciare i due aspetti fino al punto da non poter più distinguere dove finisce l’interprete e inizia il compositore, o viceversa. Oggi noi abbiamo cristallizzato o “musealizzato” l’interpretazione da scaffale, invece si dovrebbe derogare da questi stilemi accademici senza tradire il testo, riattualizzando la potenza rivoluzionaria di alcuni brani. E’ importantissima la mediazione culturale del docente che non deve lasciare gli alunni al “libero arbitrio.”
Lei in qualità di docente è anche un educatore che contribuisce alla formazione globale degli studenti. Ritiene che ci sia differenza tra l’educare alla musica e con la musica?
“La differenza è solo linguistica, semantica, ma non sostanziale, perché il discorso si deve gradualmente contestualizzare sul piano interdisciplinare, creando gli agganci ad altri ambiti con riferimenti stilistici e storici. Il compito spetta anche alle istituzioni che hanno da questo punto di vista una grande responsabilità, e non da meno ai grandi maestri e ai grandi direttori che hanno il potere di coltivare le qualità musicali di base, quindi il talento.”PARTENONE 2
Abbiamo toccato un tasto dolente, che è quello dell’interdisciplinarità, di basso livello nelle scuole: spesso infatti i ragazzi pensano che le opere musicali siano avulse dal contesto storico che le circonda, forse perché non tutti i docenti curano gli addentellati con le altre materie. Eppure quando si dice loro che il grande Beethoven ha trasfuso un po’ di rivoluzione francese in alcune sue pagine memorabili, si risveglia subito la loro attenzione…
“ Infatti è così. Bisogna anche fare leva sull’aggancio edonistico del piacere suscitato dall’ascolto che è attraente di per sé, a prescindere da qualsiasi bagaglio culturale. Alcune opere sono così belle da offrire un appiglio antropologico immediato sullo studente.”
Lei ha svolto un’intensa attività concertistica in diverse parti del mondo. Come si svolgono le sue tournée all’estero?
“ Si tratta di tournée concertistiche a carattere solistico, come recital, oppure di esibizioni con l’orchestra. Di recente sono stato in Grecia, mentre l’anno scorso ho concluso il festival della Sinfonica di Liepaja in Lettonia, e a Mosca ho ottenuto dei concerti e una masterclass. Sono stato chiamato a rappresentare l’Italia all’Accademia Gnessin da cui sono usciti pianisti di altissimo livello. Avrò inoltre una tournée con due orchestre sinfoniche in Spagna, dove sono stato diversi anni fa.Toccherò città come Tenerife, Malaga e Madrid. I progetti del 2016 prevedono invece una masterclass in California e un debutto in Argentina. In passato ho avuto modo di fare un’esperienza interessante negli Stati Uniti per il senso di libertà e la mancanza di vincoli formali; la vita studentesca dei musicisti si svolge in modo molto aperto con uno scambio e una forte integrazione di vedute tra ragazzi e insegnanti che si ascoltano reciprocamente. Noi europei siamo più formalisti e conservatori, oltre agli ostacoli burocratici che rallentano la vita culturale. Ad esempio uno studente pianista che si presenta alla Manhattan School da una qualsiasi istituzione europea, con la richiesta di studiare alcune ore, trova facilmente le porte aperte senza dover fare richieste  particolari”.TENERIFE CANARIE
-Oltre a quello statunitense, ci sono modelli europei ai quali ci potremmo uniformare?
“Sì, a quello anglosassone ancora più che a quello tedesco, sebbene quest’ultimo abbia possenti strutture paragonabili solo a quelle giapponesi”.
Immagino quindi che se Lei si dovesse trasferire in un altro continente sceglierebbe il Giappone…
“Infatti, è proprio così. Ci sono stato due volte solo per suonare e ho potuto constatare il livello ineccepibile e insuperabile di organizzazione musicale, dettato anche da un profondo rispetto per gli artisti. Come musicisti ci si può esprimere al massimo delle proprie potenzialità su strumenti di ottima meccanica. Inoltre  è un popolo che ha una notevole ammirazione per la nostra tradizione musicale e il belcanto italiano.
A questo punto, dopo esperienze così intense, Le chiedo fino a che punto crede nel ruolo sociale della musica..
“Tantissimo. E’ stata significativa per me l’esperienza di obiettore di coscienza all’istituto dei Salesiani di S. Gregorio con ragazzi disagiati . Mi sono accorto che accostarli alla musica rendendola parte della loro crescita, li aiuta certamente a costruire un futuro migliore.”
A. R. F.

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