Le regole di partecipazione a Facebook – l’inserzione, il commento, la creazione degli eventi e la partecipazione a questi ultimi – impongono una riconsiderazione di ciò che è corretto o meno, educato o meno, di buon gusto o meno, e così via: una sorta di riformulazione delle norme (quelle praticate, più che quelle scritte) del galateo delle relazioni.

Prendiamo come esempio paradigmatico della questione la struttura (e il relativo “gioco” relazionale che da essa discende) della pagina di un evento. Appena pronta, la pagina è visualizzabile, da parte di chi riceve l’invito, immediatamente con un reticolo di opzioni che la fanno salutare come una bella opportunità di gestire, con facilità e immediatezza, gli inviti e i conseguenti riscontri, oltre agli eventuali commenti all’iniziativa. In particolare, in alto a destra, proprio sotto la foto “di copertina” dell’evento, compaiono due “bottoni” di grande interesse: a destra quello degli inviti o delle condivisioni, a sinistra quello del “parteciperò” (con le opzioni eventuali del “forse” o del rifiuto).

Bene. A che serve quest’ultimo? Non abbiamo dati fondati sull’uso che ne fanno in culture appena più civilizzate della nostra. Ho imparato piuttosto bene, invece, quale uso se ne fa nella nostra (italica, intendo): non serve a nulla, è un bluff, una boiata inutile che riesce soltanto a innescare un processo di riflessione a cascata sull’intera giostra del social network, e sull’elemento nodale della sua policy comunitaria, vale a dire il “mi piace” come strumento nominalmente dispensatore di successo o di fallimento. La realtà – la vile empirica realtà – è che si clicca sul “mi piace”, così come sul “partecipo”, con un’assoluta mancanza di etica della relazione. Si brucia, in un gesto istantaneo di compiacimento dell’altro, l’intera quota di informazione che quei tasti dovrebbero – se usati con criterio – generare e giungere al mittente del post o dell’evento.

Facebook non è – tranne i casi di profili super gettonati – un’attendibile agenda per operatori culturali: chi organizza eventi che non siano degustazioni o compleanni di bimbi sa bene che quei pochi che segnalano la loro partecipazione non verranno, e al loro posto verranno altri (ovviamente pochi….) che non hanno cliccato alcun tasto, e che magari hanno saputo della cosa per altre vie (il vecchio, legnoso ma sapido “passaparola”?). Dunque, come non chiedersi: ma perché diavolo mettete “partecipo” se non venite? A quale norma di galateo corrisponde un tale comportamento? A quale etica dei rapporti umani si collega? Quale tipo di modello sociale realizza?

Ci vengono in mente due risposte, entrambe bisognose dell’affetto di chi ci legge.

La prima è che il meccanismo proposto da Facebook realizza pienamente il modello epistemologico proposto da Popper per le teorie scientifiche, vale a dire il modello della falsificazione: una teoria si dirà scientifica se è falsificabile, sarà ritenuta valida finché non sarà falsificata. E così, il “partecipo” di FB non avrà alcun valore predittivo e dunque non produrrà alcuna informazione. Che invece produrrà, indubbiamente, il “rifiuto”. Il buon senso ci viene in soccorso: se metto “rifiuto la partecipazione” è davvero molto improbabile che poi venga, se metto “partecipo” non darò al latore dell’invito alcun elemento certo, non ridurrò l’entropia e dunque non produrrò informazione!

La seconda ha più un taglio sociologico: Facebook non è uno spazio di approfondimento. Un piccolo esperimento fugherà ogni residuo dubbio: provate a postare, in sequenza, una vostra foto in mutande e coi capelli arruffati (un’esperienza orrorifica) e lo stralcio breve ma significativo di un passo di Althusser sull’ideologia. Quale dei due post pensate che riceverà un nugolo di “like”?

L’umanità che si muove fra quelle pagine è quella del gesto stilizzato e del tutto privo di reale interesse per l’altro. Una forma esile ma sufficiente da contenere un formidabile vuoto di passione per l’altro.

Direi anche: una sostanziale mancanza di rispetto.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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