Lucia, Manfredi e Fiammetta Borsellino prendono le distanze dall’antimafia di facciata e diserteranno le commemorazioni del padre

Cosa ci facesse tra quella gente ce lo siamo chiesti, lei che porta il marchio della legalità impresso a fuoco sulla pelle. Non è che siano tutti dei brutti ceffi, ma in tanti sono ammantati da un’aura di ambiguità. La politica si sa è l’arte del governare e amministrare la cosa pubblica. Ma dove si gestiscono soldi, soprattutto quelli pubblici, l’avidità di denaro e di potere spesso prevalgono. Ci tacceranno di essere qualunquisti, ma i fatti parlano per noi: la corruzione dilaga tra i politici.

Poi è arrivato l’arresto di Matteo Tutino, medico personale di Crocetta e primario di chirurgia plastica dell’ospedale Villa Sofia, e Lucia Borsellino s’è destata dal torpore in cui era caduta, s’è affrancata da quella prigione d’orata.

Il suo j’accuse, contenuto nella lettera di dimissioni da Assessore alla Sanità, è grave e getta minacciose ombre sulla trasparenza del governo Crocetta.

Le parole della Borsellino pesano come macigni: “Prevalenti ragioni di ordine etico e morale e quindi personale, sempre più inconciliabili con la prosecuzione del mio mandato, mi spingono a questa decisione”. E in relazione all’arresto di Tutino, la figlia di Paolo Borsellino parla di “fatti che ledono inevitabilmente l’immagine della Regione”.

Certo ce n’è voluto di tempo perché Lucia si rendesse conto che quello non era un ambiente confacente alla sua essenza e alla sua storia. E ne prendesse la giusta distanza.

Distanza da Crocetta e dal suo entourage ribadita, a chiare lettere, dalle pagine di “Repubblica”.”Torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D’Amelio. Non capisco l’antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività”

Lucia non è immune da colpe, però, o almeno una ce l’ha, quella di essersi lasciata abbacinare dall’affascinante figura di chi recava le griffe dell’antimafia e che prometteva la rivoluzione.

Lucia voleva la conferma di essere finita nel posto sbagliato, come Cappuccetto Rosso nel bosco, e l’ha avuta: la solitudine in cui è stata relegata dopo le accuse mosse al governo Crocetta. Nemmeno un messaggio di solidarietà, ma nemmeno una smentita. Il timore di finire in un terreno minato, di maneggiare qualcosa di fragile senza le dovute istruzioni per l’uso ha tenuto a freno i suoi colleghi di Giunta.

Ma Lucia non se ne sarebbe fatta nulla di una mendace empatia. La solidarietà autentica, quella su cui contava a occhi chiusi, l’ha trovata nella sua famiglia, unita come sempre, che ha condiviso la sua decisione.

Stavolta a parlare in nome di tutti i fratelli è Manfredi, e la scelta non sembra a caso. Servitore dello Stato come papà, la sua seconda pelle è l’uniforme della Polizia di Stato, che  conferisce il sapore dell’ufficialità alle sue parole.

Dalle pagine de “La Stampa” pone una pietra tombale sulla vicenda: “Il 19 luglio? Non ci sarò. Mi sono messo di turno al lavoro, a cercare di fare qualcosa di concreto, non ho tempo per commemorazioni senza senso. Per me, appassionato di calcio, i memorial sono quelli sui campi, non ne esistono altri”. “Noi figli non ci saremo. Fiammetta da sei anni – asserisce Manfredi – passa questo periodo a Pantelleria. Il 19 luglio fa celebrare una messa in memoria di papà in una chiesetta di contrada Khamma, sull’isola, dove entrano a malapena dieci persone. Lucia quest’anno sarà lì con lei. E io sarò in servizio, il 17, il 18 e il 19. Sono stato educato da mio padre all’etica del lavoro, alla concretezza, al rifiuto delle passerelle. Tre anni fa, pochi giorni prima dell’anniversario, abbiamo fatto un blitz contro la criminalità delle Madonie, il migliore modo di commemorarlo”.

C’è unione d’intenti tra i fratelli Borsellino, allontanarsi definitivamente da un mondo che non gli appartiene. Il 19 luglio 2015 l’assenza di Manfredi, Lucia e Fiammetta dalle commemorazioni del padre, segnerà per sempre la giusta distanza. Dall’antimafia di facciata, dalla politica, ineludibilmente intricata con i giochi di potere, da chi li vuole usare a guisa di un vessillo verginale da sfoggiare.

Vincenzo Adalberto

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