Trifone palermoUna grammatica – diciamolo subito – non serve affatto, o serve poco, per imparare una lingua, per saperla cioè parlare, leggere e scrivere. Un testo di grammatica serve a rendere esplicita la grammatica inconscia di una lingua che uno sappia già parlare. Condivide quindi questo carattere, come tutte le grammatiche, il testo di Pietro Trifone e Massimo Palermo, Grammatica italiana di base. Terza edizione con esercizi di autoverifica ed esercizi on line di ripasso (Zanichelli 2014, pp. 432). Un libro di grammatica mette dinanzi agli occhi la grammatica interiorizzata della lingua materna (o di una lingua seconda). Un testo di grammatica fa capire com’è fatta una lingua. Serve a dare consapevolezza razionale, scientifica, “competenza metalinguistica” (più che “competenza linguistica”), servendosi di una teoria semplice, coerente, adeguata che analizza esempi significativi della lingua. Se è anche una grammatica “pedagogica”, propone esercizi ai suoi lettori perché imparino la teoria e sappiano procedere deduttivamente dalla teoria agli esempi e induttivamente dagli esempi alla teoria. (Va da sé che nessuna teoria grammaticale è in grado di spiegare esaustivamente e con piena coerenza la grammatica inconscia della lingua di milioni di parlanti che se ne servono per i propri bisogni individuali e comunicativi sempre nuovi e imprevedibili).

Il volume di Trifone-Palermo, apparso nel 2000, in II edizione nel 2007 e ora in III edizione dopo un altro settennio, risponde pienamente ai requisiti di cui sopra: si tratta di una grammatica scientifica e pedagogica. È infatti un testo destinato agli italofoni nativi e, come esplicitato nella quarta di copertina, agli stranieri colti italofoni. E propone un’analisi della lingua sulla base della teoria grammaticale tradizionale, di stampo greco-latino, garantendo quindi la comprensione dell’analisi al lettore medio.

Il testo è organizzato in un cap. di Fonologia e ortografia (“Suoni e lettere”), 10 capp. di Morfologia (“il nome; gli aggettivi qualificativi; gli aggettivi pronominali; i pronomi personali, relativi, allocutivi, doppi; il verbo; l’avverbio; la preposizione; la congiunzione, l’interiezione”), due capp. di sintassi (“la frase semplice, la frase complessa”), un cap. sulla “Formazione delle parole”. Due appendici sulla Morfologia verbale irregolare (“verbi irregolari”) e sulle “Reggenze verbali” di circa 500 verbi con costruzioni sintattiche. Conclude il volume un prezioso “Indice analitico” per la consultazione puntuale. Né va dimenticata la chiave delle “Soluzioni” degli esercizi proposti.

Se questa è la batteria teorica messa in campo dagli AA., prevalentemente tradizionale, va però detto che non mancano varie nozioni teoriche moderne. Per es. nel cap. sulla fonologia, si ricorda che la sillabazione fonologica a volte è diversa da quella ortografica, così nel caso della “s” impura /nas-cos-to/ <na.sco.sto> (p. 27). In morfologia, i verbi intransitivi sono distinti in “inergativi” (con avere) e “inaccusativi” (con essere) comprensivi dei verbi pronominali (pp. 154, 162, 245).

In sintassi, le subordinate sono opportunamente distinte (p. 269) in: (a) “argomentali” (ineliminabili), p.e. le oggettive vorrei che fosse la volta buona (p. 257), non credo che facciano in tempo (p. 274), (b) “non-argomentali” in quanto eliminabili (es. la participiale-temporale in il complice, avvisato da un apposito segnale, entrò in azione p. 288), e (c) “relative” determinative (essenziali) e appositive (non necessarie) (per es. tu, che hai tanta pazienza, sei modesto p. 291).

Enunciati tradizionalmente scartati perché ritenuti errati sono qui – opportunamente – analizzati in quanto frasi “segmentate” (pp. 258-59), distinte in “scisse” e “dislocate a sinistra e a destra”, es. A Paolo, vorrei dirgli la verità; ma anche (p. 147) a te non te ne importa niente e con verbo transitivo (quanto) a me nessuno mi ha avvisato in “contesto informale” ovvero nel “registro colloquiale”.

Particolarmente azzeccata l’introduzione del termine e della nozione di confisso (pp. 300, 315-16) nell’analisi dei composti neoclassici, sia prestiti (es. democrazia) che neoformazioni (es. ecomafia), ma estensibile anche ai suffissati (consult-orio p. 307, propuls-orio, propuls-ione p. 307, aggress-ione p. 308, difens-ore, percuss-ore, estors-ore p. 321, artr-osi p. 318).

Quando una regola lascia fuori contraddittoriamente certi usi, il grammatico si rifugia nella nozione di “eccezione”: un’inevitabile debolezza teorica. Così nel caso di anti- definito “prefisso” (p. 311) che cambia però la categoria della base, es. antidroga, antimissile, antinebbia, tutti agg. La contraddizione sarebbe tuttavia superabile se si considerasse anti– “confisso” greco, che nei casi in questione dà luogo a composti (esocentrici) e non già a prefissati.

Nel ricco elenco di suffissi (pp. 301-308), come suffissazione anziché come “conversione” (o “transcategorizzazione”) sono classificati aggettivi o sostantivi derivanti da participi presenti: per es. emergente, un supplente, un cantante, ecc. (p. 302); nella “conversione” rientra anche l’esempio ero dubbioso sul da farsi (p. 274), con l’infinitiva sostantivata.

Una grammatica “descrittiva” di tutti gli usi dei parlanti, colti e incolti, diventa “normativa” (o prescrittiva) soprattutto in un testo pedagogico allorché etichetta come “corretti” gli usi colti, ed “errati” quelli incolti. Ma tale criterio non sempre invero viene esplicitato.

Così, (i) il periodo ipotetico col doppio condizionale o col doppio congiuntivo (per es. *se avrei tempo leggerei più libri p. 9; *se potrei, lo farei pp. 282, 293; *se potessi, lo facessi p. 282, *se avessi potuto, lo avessi fatto p. 293) è – condivisibilmente – ritenuto “non corretto” (p. 9) cioè errato perché (tacitamente) proprio della grammatica dell’italiano popolare (e non già “agrammaticale” p. 293, o “non grammaticale” p. 9). Né si tenta una spiegazione strutturale dell’enunciato col duplice identico modo.

Condivisibilmente, si riconosce nel contempo che “nei registri meno formali” (p. 293) è corretto (“si può avere”) l’uso col doppio indicativo (se potevo, lo facevo) o anche “misto” (se potevo l’avrei fatto), proprio di parlanti medi.

(ii) Nell’ambito della punteggiatura, qui tradizionalmente trattata nel cap. sulla fonologia anziché nella sintassi, gli AA. condannano (“non si deve usare” p. 33) l’uso della virgola tematica, tra soggetto/tema e predicato, anche nel caso del soggetto pesante, cioè con espansione, malgrado abbondino gli esempi da parte di scriventi colti in diversi tipi di testo.

(iii) Sociolinguisticamente, si riconosce – in maniera condivisibile – che “solo nel parlato informale” (p. 293) sono corretti (“è possibile usare”) ess. col che polivalente, del tipo è uno che gli puoi chiedere un favore; un libro che me ne hanno parlato molto bene. Epperò, non senza contraddizione, negli “Esercizi” si invitano a correggere “eventuali errori” (p. 296) di analoghe frasi relative (con Soluzioni ortodosse pp. 339-40). Altrove si collocano “nel registro trascurato” (p. 147) ess. come è una città che ci vivo volentieri, è un problema che ne discutiamo spesso, ecc.

(iv) Ess. come ci hai fame? ci hai sonno? rientrano nel “registro colloquiale” (p. 145).

(v) Invece è “da evitare” l’uso di ci ‘a lui, a lei, a loro’ es. devo raccontarci tante cose (p. 136), perché implicitamente ritenuto di uso popolare, con sostrato dialettale.

(vi) Quanto al famigerato uso dell’indicativo pro congiuntivo, se ne segnala la presenza nella “lingua parlata” (p. 178), negli “usi informali” rispetto all'”uso sorvegliato” del cong., “nello scritto e nel parlato formale” (pp. 271-72), per es. i dati non provano che le tasse siano/sono aumentate. Più avanti si ribadisce: nei “contesti più formali” il cong. rispetto all’indic. presente “in quelli più colloquiali” (p. 284), es. questa minestra è peggio di quanto pensavo (o pensassi). Insomma, si può credere all’indicativo o al congiuntivo senza mettere in dubbio la propria fede: Io credo che Dio esista (o esiste). La cancellazione del che è peraltro possibile grazie alla presenza del cong. sintattico, es. Ho l’impressione siano stati risolti tutti i problemi (p. 291), mentre *Ho l’impressione sono stati risolti tutti i problemi.

Ma a un tempo, – e contraddittoriamente dal punto di vista teorico – gli AA. sostengono, oltre al criterio della “scelta di registro” (p. 271), anche un “criterio semantico”: la “enunciazione di un avvenimento certo comporta l’uso dell’indicativo” (sostengo che è colpa tua) e invece la “enunciazione di un avvenimento presunto o probabile comporta l’uso del congiuntivo” (penso che sia colpa tua).

Analoghe enunciazioni contraddittorie si colgono qua e là: non so che cosa ha deciso/abbia deciso (p. 275), cerco qualcuno che dà/dia lezioni di russo (p. 276), con discutibili differenze semantiche.

Il volume è privo di riferimenti bibliografici. Ma per chi volesse passare a testi teoricamente più sofisticati si può suggerire una grammatica testuale dell’italiano, qual’è [sic!] quella di A. Ferrari, Linguistica del testo. Principi, fenomeni, strutture (Carocci 2013) o dello stesso M. Palermo Linguistica testuale dell’italiano (il Mulino 2013).

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

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