di Francesca M. Lo Faro

RAMACCA – Il Monumento ai caduti di Ramacca nacque, come altri, dalla necessità di restituire ai parenti un simulacro in cui piangere i figli perduti nella guerra 1915-1918. Posto nella piazza principale del paese, è costituito da un alto piedistallo in marmo che regge una statua di bronzo, raffigurante una Vittoria combattente che impugna una spada col braccio destro alzato, mentre con il sinistro regge lo scudo.

L’autore del monumento fu lo scultore Luciano Condorelli (Acireale 1887- Roma 1968), rimasto noto per esser stato marito di una giovane e promettente pittrice, che nell’estate 1913 morì, nella casa coniugale, forse uccisa o forse suicida (ma con un suicidio camuffato da delitto). Il tragico evento, epilogo di un matrimonio brevissimo, non arrestò la carriera dello scultore, che – risposatosi e mutato luogo di residenza (nel 1916 si spostò da Acireale a Catania) – in Sicilia realizzò diverse opere. Sono a lui ascrivibili i Monumenti ai caduti di Cesarò (inaugurato il 2 novembre 1919, uno dei primi in Italia!), di Isnello (1921) e di Capizzi (1934); per quello di Adrano partecipò, nel 1920, al bando di gara; scolpì, a Catania, la lapide commemorativa dello studente fascista Carlo Amato (ucciso nel 1922); creò statue esposte alla Biennale di Venezia (1928); realizzò il monumento a Giuseppe Sciuti, commissionatogli per celebrare i cento anni dalla nascita del pittore di Zafferana Etnea (1934).
Tutte queste opere scultoree del Condorelli, nella loro diversa cronologia, mostrano un’iconografia che segue l’evoluzione stilistica dell’artista, con sviluppi di temi e forme che, inevitabilmente, riflettono anche il diverso clima politico, conseguente all’ascesa del fascismo e alla creazione di un’arte di regime, che man mano che si elaborava, sopprimeva i precedenti stili e le tendenze Liberty, per manifestare una visione nuova dell’uomo e del mondo. Il Monumento di Ramacca fu ultimato il 15 giugno 1926, ma nel 1940 la scultura bronzea era già considerata ferrovecchio, pronta per esser smantellata e spedita a pezzi all’ENDIROT (Ente Distribuzione Rottami), che riforniva le fabbriche costruttrici proiettili e artiglieria. Si era in guerra e mancava il metallo. La statua di bronzo di Ramacca, pagata come un rottame, cioè a poche lire il chilo, non avrebbe certamente arricchito le casse comunali, giacché, alla cifra guadagnata bisognava sottrarre le spese di spedizione del metallo da Ramacca alla Lombarda, dove aveva sede l’ENDIROT. Fu una fortuna se il Monumento ai caduti rimase al suo posto e non furono eseguiti gli ordini del governo, che parlavano chiaro: eliminare le statue per recuperare metallo.
Forse i ramacchesi si rifiutarono di spedire all’altoforno il loro Monumento, che pure aveva avuto una gestazione travagliata: la sua realizzazione, deliberata dal Consiglio comunale nel 1919, ebbe varie vicissitudini; la statua fu pagata in ritardo (con conseguenti proteste dell’artista); il soggetto e i materiali, modificati (dapprima si pensò di erigere una statua in marmo effigiante un Fante, ma il soggetto fu poi considerato poco artistico); cambiati anche gli Enti coinvolti per i necessari finanziamenti (la Cassa depositi e prestiti avrebbe dovuto anticipare le spese). A queste traversie si aggiunsero altri elementi: lo stesso anno d’inaugurazione del Monumento ai caduti, il parroco ramacchese Giovanni Longo si recò al Congresso eucaristico di Chicago (20-24 giugno 1926) e colse occasione del viaggio in America per andare a trovare i suoi concittadini, residenti in diverse città degli Stati Uniti, dai quali ebbe larghi fondi (oltre centomila lire!) per l’erigendo ospedale civico. Così si legge nel periodico italo-americano «Il Carroccio», che definisce il reverendo ramacchese “di provata fede fascista”, sempre proteso a far propaganda, anche nella sua attività di giornalista e conferenziere. Altre notizie sul sacerdote (1889-1940) e sul Monumento ai caduti di Ramacca (restaurato qualche anno fa) si apprendono consultando libri e registri della Biblioteca comunale e della Biblioteca Pio XI della diocesi di Caltagirone. Per quanto riguarda, infine, lo scultore Luciano Condorelli, si sa che, dopo essersi fatto un nome a Catania in ambito artistico-imprenditoriale, dal 1936 andò a risiedere a Roma, città che lo aveva visto studente all’Istituto (poi Accademia) di Belle Arti. Dopo il suo trasferimento nella capitale, la sua attività prese più decisamente le direttrici del nord, con sculture – un tondo a rilievo (1937), una Vittoria alata, il monumento a Lazzaro Spallanzani (1939) – realizzate a Mortara e nella sede dell’ateneo di Pavia. Negli anni ’40, ad Asti, scolpì due statue allegoriche di grandi dimensioni e alcuni bassorilievi per l’edificio della Camera di commercio. Proseguì, sino a tarda età, ad avviare alla scultura i giovani, come testimonia la ricerca – compiuta nell’ambito del progetto Nie wieder Krieg (Mai più guerra), elaborato da Lucia Rosa Pastore per il Palazzo delle Arti Beltrani – in occasione del Centenario della Grande guerra.

Proprio nell’ambito di questa indagine storico-artistica, sono emerse le figure ai alcuni scultori siciliani, notevoli per esser stati autori o progettisti di Monumenti ai caduti significativi: il taorminese Enrico  Licari (progettò quello di Misterbianco, poi realizzato da altri) e il più noto Turillo Sindoni, di Barcellona Pozzo di Gotto, all’epoca una vera star della scultura, come dimostrano gli  innumerevoli articoli a lui dedicati su “La Domenica del Corriere”.

 

Francesca M. Lo Faro

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