di  Francesca M. Lo Faro

 
CALTAGIRONE – Durante la Seconda guerra mondiale, per sopperire alla mancanza di metallo si pensò di trasformare il bronzo delle statue in proiettili. Tra le statue distrutte e rifuse vi fu quella che a Caltagirone ritraeva il senatore Giorgio Arcoleo (Caltagirone 1850-Napoli 1914), rappresentato a figura intera sopra un alto piedistallo, in un monumento eretto in fondo a via Roma, in un quartiere un tempo periferico. Sotto la statua bronzea campeggiava la scritta: “Caltagirone Fascista, 1939 – XVII. A Giorgio Arcoleo che spiegò l’ala del genio verso i tempi della rinascita”. Giorgio Arcoleo terracottaOpera dell’artista Andrea Parini, il monumento fu inaugurato il 24 ottobre 1939. Il taglio del nastro fu filmato dalle cineprese dell’Istituto Luce per un cinegiornale dell’epoca. Articoli apparvero su “Il Popolo di Sicilia” (6 agosto 1939, in particolare). Alla cerimonia presero parte le autorità locali e, in rappresentanza del P.N.F. e governo, Alessandro Pavolini, titolare in pectore del MinCulPop. La folla applaudì il discorso inaugurale, pronunciato dal deputato Vincenzo Zangara, che annoverò il senatore Giorgio Arcoleo tra i grandi siciliani.
Il monumento fu però distrutto pochi mesi dopo senza troppi rimpianti, forse perché il costituzionalista calatino – eletto per cinque legislature nelle file della sinistra – era diventato il simbolo di una concezione alta e nobile del Parlamento, assemblea conculcata invece dal regime fascista. L’ipotesi che il monumento di Caltagirone andò smantellato per ragioni politiche non è peregrina, se si considera che il prefetto di Catania – contemporaneamente e con il parere favorevole della Soprintendenza ai Monumenti della Sicilia Orientale (all’epoca diretta da Armando Dillon) – fece abbattere, a Giarre, le statue di tre protagonisti della lotta risorgimentale per l’affermazione della libertà politica e civile: Edoardo  Pantano, Giuseppe Garibaldi, il conte di Cavour. Evidentemente, con la scusa di procurare metallo, il prefetto eliminava le statue di personaggi emblema. A Caltagirone, in particolare, dove vi erano squadristi e notabili dell’entourage di Mussolini, è possibile – come suggeriscono alcuni studiosi locali (Enzo Nicoletti, Carmelo Alma) – che il monumento a Giorgio Arcoleo fu distrutto unicamente per aderire agli ordini superiori, con zelo fascista non disgiunto dalla gratitudine per i benefici che il recente esperimento di trasformazione fondiaria avrebbe potuto procurare, con la creazione dei villaggi rurali e della città-giardino di Mussolinia. giorgio arcoleo
Una cosa è certa: i documenti dell’Archivio di stato di Catania – consultati nell’ambito del progetto di ricerca Nie wieder Krieg promosso dal Palazzo delle Arti Beltrani – non indicano le ragioni artistiche, se mai vi furono, che indussero all’eliminazione del monumento ad Arcoleo. Fu forse quella un’opera malriuscita? Oppure lo scultore Andrea Parini fu punito per esser amico di Luigi Bartolini, incisore e poeta che era stato trasferito nel 1928 nella Scuola di avviamento di Caltagirone per dissapori con le autorità fasciste di Pola? Quando Andrea Parini realizzò lo sfortunato monumento non era uno sconosciuto principiante. Nato a Caltagirone nel 1906, diplomato all’Accademia di Belle Arti di Palermo, aveva già esposto incisioni a Firenze e opere alla Biennale di Venezia. Si affermò poi a livello nazionale per aver saputo innovare il campo della ricerca artistica contemporanea nell’ambito della ceramica, con incursioni nel design. Partecipe delle esperienze più alte ed avanzate della cultura italiana del Novecento – sin dall’anteguerra pubblicò su Casabella ed ebbe un trentennale carteggio con Giò Ponti – il Parini appartenne a quella generazione di ceramisti calatini all’avanguardia, che, attivi negli anni Trenta e Quaranta in Sicilia, decise trasferirsi al Nord, in cerca di libertà espressiva dagli schemi del passato. In particolare Parini, dal 1942, si stabilì prima in Veneto, poi in Friuli e – divenuto direttore di Scuole d’Arte (in successione a Nove, Padova, Venezia, Gorizia dove morì nel gennaio 1975) – con collaboratori ed allievi ceramisti contribuì allo sviluppo di linee produttive moderne, nel distretto manifatturiero del Nord Est. Nella sua città natale Andrea Parini tornò più volte e da lì, il 10 agosto 1949, spedì al vicentino Licisco Magagnato una cartolina con il Monumento ai Caduti, che nel 1940 rischiò di esser distrutto come il monumento ad Arcoleo. A Caltagirone Parini lasciò molteplici opere in edifici privati, cappelle e chiese. Per la committenza pubblica realizzò i pannelli ceramici nella Stazione ferroviaria e quelli applicati alla stele prospiciente la diga “Sturzo” sul lago Ogliastro. Il critico d’arte Vittorio Sgarbi, grande estimatore del Parini, possiede l’opera più rappresentativa del ceramista calatino, esposta nel 1942 alla XI Sindacale di Palermo: la “Onoria dormiente”, un altorilievo in maiolica policroma che ritrae la figlioletta dell’artista a grandezza naturale (cm 80 x50 x30).

 

Dida Foto 1: Il monumento a Giorgio Arcoleo

Dida Foto 2: La scultura originale in terracotta (poi distrutta), eseguita prima della produzione dello stampo per la fusione a cera persa della statua in bronzo. La foto reca timbro a secco: FOTO PROF. ALI’ – via Gabelle 17 – Caltagirone. Courtesy: Jacopo Parini.

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