Complessa è la questione, come i castelli di carte. La struttura è autoportante. Ne è vietata la decostruzione ordinata, dal momento che non è necessario il terremoto per farla cedere su se stessa. Bastano un filo d’aria o una mano tremante. Oppure entrambi. Quindi, mettere su un castello di carte è divertente e giocoso: un passatempo. Ma presuppone anche che siano stati calcolati i rischi assai elevati nel poter toccare in futuro una simile struttura.

L’impressione è che con la Grecia si sia giocato molto. Tom e Jerry sono vivi, dunque. Anche loro di cartone e, in aggiunta, nei decenni se le sono date di santa ragione. Ma qui le legnate sono vere. Vere le persone, reale il gioco. Qui si tratta forse di non avere più nulla in tasca da un giorno all’altro. La fila per ritirare i ‘dollari’ del futuro, per chi li avrà, adesso più che mai denuncia tante incapacità, tanta sicurezza, tanta codardia, tanto cinismo, tanta debolezza, tanti interessi, tanti rancori. Dietro di tutto c’è la storia di cose che andavano fatte in altro modo e a suo tempo. Ma allora si andava di fretta. Ora o mai più!, si diceva, come quando si fece l’Italia. Ovvero, in alternativa, “se non ora, quando”?

Quella della Grecia europea è una delle più interessanti storie post-moderne. Una vera e propria narrazione; una storytelling si direbbe oggi con linguaggio massmediale. Il rischio è che l’intera Europa, anche quella realmente politica, lo diventi alla luce di questi accadimenti. Attendo, non augurandomelo, quali saranno le versioni dell’una e dell’altra parte quando il ‘the day after’ inizierà un’altra storia, frutto anche questa di ulteriori mistificazioni e di interpretazioni studiate a tavolino. Il debitore dirà al creditore: ‘non posso’; il creditore intimerà al debitore: ‘tu devi’. Si cimenteranno ancora una volta due linguaggi, ugualmente legittimati a sostenere la propria argomentazione; si scontreranno due etiche; si misureranno due diverse versioni dell’economia: reale e finanziaria; si scenderà a brindare in strada con gli alcolici ‘Grexit’ (in Germania qualcuno fiutato l’affare li ha già prodotti) e si manifesterà nelle piazze ingiuriando il nemico tedesco, la perfida troika e l’Europa matrigna.

Al netto di tutto rimane una considerazione circa l’Inizio. E dove siamo adesso. Cosa volevamo fare col Trattato di Roma? E con quelle prime forme di collaborazione internazionale di marca economica, dove lo scambio di uomini e merci, di carbone da estrarre nelle miniere e vite umane da sacrificare, di acciaio e quote di emigrazione da patteggiare, erano tutte sullo stesso piano, senza considerazione alcuna di stampo antropologico? Non volevamo più la guerra in Europa, è vero. Ci siamo riusciti fino ad adesso. Ma molti colpi mancini dotano ancora tanti pugili in apparenza suonati di mezz’Europa, pronti a saltar fuori al semplice cenno di “fuori i secondi”.

Ora come non mai ci stiamo accorgendo che tutte queste forze si sono via via accumulate negli anni sotto una crosta che si pensava più spessa e ben irrigidita dai vincoli interrelati di scambio di capitali e di debiti tra le nazioni di tutta Europa. Scambi di debiti e crediti che avevano paradossalmente un’unica finalità: renderci tutti creditori e tutti debitori, partecipando in tal modo a un unico destino. Mai così uniti. Simul stabunt, simul cadent. Un’organizzazione perfetta e solidale che col tempo ci ha visti, chi più chi meno, complici e vittime del sistema che noi stessi abbiamo realizzato. La cosiddetta Europa dei popoli soggiace a questo neanche poi carsico meccanismo. Fin troppo elementare per filtrare ed emergere nei decenni attraverso tutte quelle politiche di ottundimendo tecnocratico a cui l’Europa dei cittadini che credono nell’Europa vera sono stati ricondotti e alle quali siamo ormai abituati.

La questione Grecia insegna che la strada che stiamo percorrendo è irreversibile e irriformabile, pena il crollo del castello di carte. Non volevamo mai più alcun conflitto fatto con le armi e ci stiamo riuscendo, perché abbiamo provato decenni or sono sulla nostra pelle cosa esso significasse. Non avevamo ancora sperimentato il significato e la complessità della cosiddetta economia europea. Ciò che sta accadendo adesso ci sta introducendo molto bene allo svolgimento del tema, iniziando una sperimentazione dagli esiti alquanto incerti. Non c’è che affidarsi alla probabilità di una buona nuova mano di carte e che almeno il mazziere – almeno quello – vada a smazzare alla ricerca di un gioco nuovo.

A proposito dell'autore

Docente di Storia della filosofia contemporanea, Università di Catania

Salvatore Vasta insegna Storia della filosofia contemporanea nell’Università di Catania. All’interno del Dipartimento di Scienze della formazione, al quale afferisce, svolge attività di ricerca sul rapporto tra scienza e filosofia e, in particolare, su epistemologia evolutiva e darwinismo.

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