Dopo giorni convulsi di indagini e di diatribe, di prese di posizioni e di passione, l’affaire Charlie Hebdo sembra mostrarsi disponibile ad una sua riconsiderazione più serena. Naturalmente nei limiti in cui è possibile mantenere una condizione di serenità quando si affronta il border line del sistema.

La tesi più accreditata, fra quelle che circolano in occidente, è: pur condannando recisamente ogni forma di violenza e ribadendo il diritto ad esprimere liberamente il proprio pensiero (nozione illuminista), va tuttavia precisato che forme tanto irriverenti di derisione del credo religioso (di qualunque credo religioso) non solo non vanno promosse ma è perfino necessario stigmatizzarle, quando non censurarle!

Bene. L’ipocrisia occidentale alla potenza ennesima grida qui con tutta la veemenza di cui è capace.

In un recente video il Papa, con la sua proverbiale giovialità, ha teatralmente dimostrato che se un amico dice male di nostra madre, cosa può mai aspettarsi se non un pugno!?! Ovviamente il santo padre non è minimamente sfiorato dal dubbio che il nostro amico può avere una qualche ragione di parlarci male di nostra madre. Il dubbio che possa avere valide ragioni per volerci dire che abbiamo una madre che ci reca danno, che abbiamo una madre maligna, ovvero che nostra madre è una matrigna, che nel farci credere il suo amore in realtà ci sfrutta, ci mortifica, ci tradisce.

Mi viene in mente una sola condizione in cui avallerei una limitazione al diritto di parola: esattamente quella in cui la parola in questione esprime la convinzione che il diritto di parola vada limitato! Dopo di che mi becco l’avvitamento di questa incresciosa antinomia.

Ma i vignettisti di Charlie Hebdo non hanno mai praticato una qualche teoria sulla necessità di limitare il diritto di culto, di qualunque religione. Non hanno mai scritto che occorre vietare la fede, per legge. Hanno semmai scritto che sarebbe auspicabile che si smettesse di credere, che sarebbe cioè auspicabile superare questa fanciullezza dello spirito e si accedesse all’età adulta della ragione.

Se un amico mi dice male di mia madre, o anche se non è amico e anche se trova un modo forte, irriverente per dire male di mia madre, è molto probabile che mi farà incazzare. E che gli sferrerò un pugno. Pretenderò che mi chieda scusa se non produrrà, velocemente, spiegazioni per quello che fa. Ma qui siamo in una condizione di realtà in cui il pieno degli affetti si divora il vuoto del senso, se quest’ultimo non è presto in grado di controbilanciare quello.

Il coup de theatre esplode esattamente qui: la religione come madre, un grumo impenetrabile di affetti che rifiuta a priori qualsiaisi buco nero del senso, qualunque sospensione dell’instabile equilibrio di tensione che tiene in vita la fede in un dio.

In Italia, esiste ancora il reato di “vilipendio alla religione”. Se la lettera normativa fosse applicata in modo intelligente e pervasivo, dovrebbe essere perseguita ogni casa editrice che pubblica ancora gli scritti di Hegel e di Marx sull’argomento.

Certo, la satira è un’altra cosa rispetto alla filosofia. Noi crediamo che il modo di dire una cosa sia sostanziale alla cosa. Ciò che dice una vignetta di Charlie Hebdo sulla religione ha, a nostro parere, la stessa dignità di ciò che dice un libro di filosofia. Nell’uno e nell’altro caso, possiamo esercitare il nostro diritto di voltarci dall’altra parte. Come per una minigonna troppo corta, o una maglietta troppo scollata, o – viceversa – un burqa indossato in pieno centro a Parigi.

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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