Pochi mesi fa – era la fine dell’estate – contattai per un’intervista Filippo Di Forti, psicoterapeuta palermitano ma nato a San Cataldo. Avevo avuto dall’amico editore Marco Solfanelli il suo numero di cellulare. Di Forti non aveva mail e aveva scarsa confidenza con l’elettronica di ultima generazione.

A colpirmi quell’ultimo libro – a suo tempo – dal titolo Immaginario della coppola storta. Approccio psicanalitico alla mafia. Il mafioso avrebbe, in generale, qualche “problemino” col passato, con mamma e papà. Che dire? Parentesi forse impossibile da chiudere. A mio giudizio, andrebbe troncato quel legame emotivo col territorio, con la terra dei padri e con i “valori” al femminile che essa esprime. Il siciliano (cioè il mafioso) andrebbe risocializzato. Per far ciò occorrerebbero più generazioni e un’azione ahimè violentissima. Più di tutti mi colpì quell’efficace distinzione operata in materia di linguaggio. Il mafioso corrisponderebbe per immagini, il suo codice prediletto è quello simbolico, la sua scelta di vita quella di produrre ambiguità, la sua cifra comunicativa formata da espressioni apparentemente polisemiche. Insomma (questo lo dico io) i siciliani sono “mafiosi” e non possono non esserlo: sono violenti e comunicano con “codici” da società segreta.

Il 27 febbraio Filippo Di Forti è morto improvvisamente. Ho appreso la notizia ancora da Solfanelli, che nella sua pagina facebook lo ricorda in questo modo. Riporto per intero la nota:

«È morto Filippo Di Forti, psicoterapeuta a indirizzo psicoanalitico consulente in sessuologia clinica, allievo di Cesare Musatti, Emilio Servadio, Enzo Paci, Franco Fornari, ha curato la formazione professionale a Palermo, Roma, Milano. Ha collaborato a varie riviste scientifiche, tra cui “Ulisse” ed “Hermes”. Umorismo, ironia, autoironia sono i fili conduttori dei suoi scritti. Tra i vari libri: Quale psicoanalisi (Il Formichiere, Milano 1976); L’analista deviante (Bertani, Verona 1978); Il Labirinto dell’illusione (Bios, Cosenza 1986); A Cominciare dall’amore di sé (Bios, Cosenza 1986); Lo stregone, la sfinge, l’analista (con prefazione di Emilio Servadio, Bios, Cosenza 1986), Il Cammino psicoanalitico (Bios, Cosenza 1986); Itinerari del desiderio (Armando, Roma 2013); Immaginario della coppola storta (Solfanelli, Chieti 2014), e Che cos’è questa crisi (Solfanelli, Chieti 2015). È in corso di pubblicazione il saggio L’Enigma della donna. Lilith, Eva, Persona».

Gli parlai al telefono. Era un uomo sereno, accennò ai suoi studi su Husserl e ai suoi progetti per il futuro. Franco Ferrarotti sociologo di fama internazionale a suo tempo nella truppa di Adriano Olivetti ha prefato il suo libro sulla mafia – su quegli studi avevo prevalentemente indirizzato la mia attenzione – scrivendo di un libro «genialmente innovativo». Da Di Forti mi divide – ma io non ho scritto libri sulla mafia – l’apparente indulgenza con la quale aggredisce il fenomeno. Un giudizio, il suo, ancora per certi versi impressionista. Ai siciliani bisognerebbe raccontargliela tutta; bisognerebbe dirgli che abitano la patria dei poteri “fortissimi” antidemocratici – preti di varie gerarchie, borghesi rozzi e incolti (professori e professionisti) che trasmettono potere ai discendenti, massoni, politici di professione, malavitosi, fascisti vecchi e nuovi, industrialetti del piffero, baronetti con le pezze al culo e quant’altro – che garantiscono uno stato di cose inattaccabile. Il peggio della penisola – forse del continente – si è dato convegno in questa terra sgraziata, costantemente a caccia di complimenti come una signorina in pantaloncini non più in età da marito. Credo che in questo campo specifico, negli ultimi tempi, Alfio Caruso abbia scritto cose più che interessanti. L’approccio ancestrale di Di Forti rimanda però ai legami tra i “valori” della Sicilia: familismo, dipendenza dalla madre terra. Il siciliano rozzo va attaccato in quello che ha di più caro: le proprie origini e la presunta bellezza del territorio. Ferma restando la lucida analisi di Pietro Violente sui difetti di personalità della gente del sud.

Qualche giorno fa Di Forti mi inviò le domande. Tra il primo contatto e l’ultimo era passato troppo tempo. Lui aveva già pubblicato un altro libro. E un altro ancora era in uscita. Forse aveva risposto alle mie domande di controvoglia. D’acchito le valutai impubblicabili. Lo penso ancora. Vorrei però riportare un mini riassunto delle sue idee in tema di mafia, per dare un piccolo contributo a chi volesse continuare un certo filone di studi. Per Di Forti, mafioso è “un criminale collegato a una comunità ben radicata sul territorio, nei percorsi della mammasantissima”. Interessantissimo è anche il rapporto tra mafia e autorità paterna: quest’ultima è rappresentata dallo Stato “il mafioso lo sfida, lo affronta se è severo, lo corteggia se è corrotto”. La mafia si studia e si comprende infine, grazie agli studi psicologici e ai “riferimenti sociologici”.

Ci lascia uno studioso attento e originale. Va a suo merito anche l’aver riscontrato la profonda incompatibilità tra mafia (direi di più: Sicilia) e democrazia.

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