Carmelo Abbate siciliano di origine è uno scrittore giornalista per il periodico settimanale di attualità e politica Panorama. E’ autore di numerosi libri tra cui Sex and the Vatican, Golgota, Babilonia.  

Ha condotto numerose inchieste e reportage sulla sanità, sulle morti sul lavoro, sul fenomeno dell’immigrazione in Italia. Quello che caratterizza il suo lavoro è quello di narrare gli avvenimenti dal vivo, di calarsi completamente nella vita dei personaggi che incontra. Si è finto marocchino e curdo per raccontare l’inferno del lavoro nero in Puglia e in Sicilia, si è finto medico per documentare episodi di malasanità negli ospedali soprattutto del Sud.

10805199_10200140883000240_1675786678_nE’ uno scrittore umile di cuore che ama trattare dei temi sociali di un elevato interesse nazionale, che ha come obiettivo quello di non voltare lo sguardo scegliere di raccontare sempre e comunque. I suoi libri sono scritti in maniera chiara e semplice, a volte troppo diretti  e sconvolgenti. Abbiamo posto alcune domande allo scrittore per conoscere il suo rapporto con la Sicilia.

Quali sensazioni e pensieri hai quando pensi alla Sicilia?

“Amore e odio, odio la Sicilia perché sono dovuto scappare per realizzarmi nel lavoro e nella vita, odio la Sicilia perché l’emigrazione è un fallimento. Poi però mi basta alzare il telefono e sentire una voce che parla in dialetto o con marcato accento siciliano e mi si apre il cuore”

Il ricordo più bello e quello più brutto che hai della tua terra?

“Se tolgo il coperchio dal pentolone dei ricordi, rischio di saltare in aria. Ti posso dire l’ultimo, la mattina in cui sono salito in treno diretto a Milano, con due cose buttate in valigia e la follia di provarci e di mettermi tutto alle spalle. Mi ripetevo che ce l’avrei fatta e che non sarei mai più tornato indietro, ma non sapevo neppure dove sarei andato a dormire. Sognavo di trovare un lavoro come cameriere per poi iniziare a lavorare in un piccolo giornale. Ed eccomi qua”.

Come hai superato la solitudine di essere un “terrone” emigrato a Milano?

“A ventotto anni ho conosciuto la solitudine. L’ho superata facendoci i conti, mettendomi in discussione, non tirandomi indietro. E imparando ad amare Milan”.

Cosa pensi della fuga dei cervelli da parte dei siciliani?

“Penso che i siciliani che hanno la forza di provarci e di non adagiarsi, quando arrivano fuori spesso hanno una marcia in più, hanno fame, voglia, capacità, competenza, sensibilità, passione, grinta. Hanno gli occhi di Schillaci durante i mondiali del Novanta”.

schillaci-italiaVedi una prospettiva futura di emancipazione della Sicilia?

“Il mio professore di economia politica alla facoltà di Scienze politiche a Palermo diceva sempre che il cambiamento in Sicilia si concretizzerà fra tre generazioni. In ogni caso, da lontano, vedo giovani migliori di noi, più svegli, più reattivi, vedo ragazzi in gamba, un patrimonio che spero non venga disperso da una classe politica vecchia che fa da tappo”.

Anita Rapisarda

 

 

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