Checché se ne dica, il nostro paese sta migliorando. La nomina dei dirigenti pubblici che un tempo era affidata alla discrezionalità dei politici ora segue, per legge, un procedimento diverso, più partecipativo e trasparente: esperti del settore (nominati comunque dal ministro) valutano le credenziali dei candidati ed il ministro sceglie tra gli idonei a ricoprire la carica. Uno dei più recenti esempi è quello della nomina dei nuovi componenti del direttivo dell’ANVUR. Altri esempi riguardano la nomina dei presidenti degli anti pubblici di ricerca. Certamente abbiamo fatto un passo avanti; i problemi, tuttavia, non mancano, e mettono in discussione le modalità di scelta e la responsabilità di chi è chiamato ad operarla.

La nomina dei direttori dei musei statali italiani ha riaperto una questione che è già stata oggetto di riflessione da parte mia (vedi link). L’anno scorso un gruppo di accademici di università italiane ed estere ha espresso perplessità sulla nomina del presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, sostenendo, in una lettera sul sito lavoce.info, che il candidato non possedeva una produzione scientifica sufficiente e quindi non aveva le carte in regola per assumente l’incarico. Noi eravamo di diverso avviso (vedi link): «Il presidente dell’ISTAT, oltre ad essere persona competente nel campo statistico (ed economico), deve avere adeguate capacità politiche, relazionali ed umane, deve garantire l’affidabilità democratica, ed ha il compito di gestire il lavoro di migliaia di persone, ingenti fondi e, soprattutto, garantire la qualità e l’indipendenza della statistica ufficiale. Tali competenze nulla hanno a che vedere con le pubblicazioni e le citazioni sulle riviste che, a sentire gli estensori della lettera, sono dirimenti nella scelta del vertice dell’ISTAT. Peraltro è noto come, non di rado, i più eminenti scienziati siano molto bravi in laboratorio ma scarsetti nei rapporti con gli altri e con il mercato quando vogliono trasformarsi da inventori a innovatori.»

Nel caso della nomina dei direttori dei musei nazionali alcuni commentatori, tra cui Vittorio Sgarbi, hanno criticato la scelta operata dalla commissione di esperti e dal governo sostenendo che, avendo nominato 7 stranieri (sui 20 in totale), il ministro ha penalizzato i talenti che già operano nelle soprintendenze. L’argomentazione è sostanzialmente basata sul fatto che molti funzionari in servizio hanno titoli e punteggi concorsuali (pubblicazioni, mostre, ecc., una sorta di approccio bibliometrico-burocratico) superiori ai 7 stranieri, e che il breve colloquio con i candidati durato un quarto d’ora non poteva ribaltare il parametro “quantitativo” dei titoli. Si evocano ricorsi al TAR, si fa riferimento ai provvedimenti legislativi che prevedono che la pubblica amministrazione, prima di avvalersi di competenze esterne, verifichi se non vi siano capacità all’interno delle proprie strutture – secondo tale punto di vista, ce n’erano. Se portato al limite, tale ragionamento (di sapore sindacal-corporativo) avrebbe negato tout court il ricorso ad una selezione a livello internazionale: il problema si risolveva semplicemente promuovendo funzionari in servizio. Il punto è che, nel disegno del governo, ma più in generale nel mondo, il direttore di un’istituzione culturale deve avere competenze ed esperienze diversificate, non soltanto indiscusse competenze scientifiche. Deve possedere capacità organizzative, gestionali, deve muoversi agevolmente a livello internazionale avendo contatti con istituzioni, culture e lingue diverse, deve aver maturato esperienze in altri contesti. L’esito della selezione è stato, a giudizio di chi doveva prendere la decisione, che in alcuni casi (13 su 20) i dipendenti delle istituzioni pubbliche rispondevano ai requisiti richiesti, mentre in altri i migliori candidati sono risultati quelli provenienti da altri paesi europei. Come nel caso dell’ISTAT, si è seguito un ampio criterio di “informed peer review” piuttosto che di tipo “bibliometrico” basato sui titoli.

La questione su cui si sta discutendo non riguarda soltanto i nuovi direttori, ma il futuro dell’intero sistema museale. Tutti concordano sul fatto che attualmente tale sistema è in una situazione difficilissima per varie cause, principalmente per la carenza di personale e di finanziamenti, e per i vincoli imposti da una burocrazia che spesso è un ostacolo più che un ausilio per chi deve condurre un’organizzazione pubblica. Si invoca dunque un processo diprivatizzazione” che porti ad una fuoruscita dei musei dalla sfera pubblica, così che i direttori abbiano la possibilità di assumere le proprie decisioni senza lacci e lacciuoli; allo stesso tempo si apre la porta ai privati che si vanno a sostituire allo stato che non può più permettersi, in un contesto di crisi economica, di sostenere adeguatamente le istituzioni culturali. Tale disegno sarebbe in linea con la deriva neo-liberale che propone la privatizzazione come la panacea di tutti i mali e che tanti danni sta producendo alle nostre economie, alle nostre società ed ora alla nostra cultura. Sarebbe dunque opportuno conoscere quale disegno strategico ha in mente il governo, quali impegni finanziari e quali mutamenti istituzionali intende assumere, così da non mandare allo sbaraglio venti valenti e promettenti professionisti, molti dei quali giovani, sia autoctoni che stranieri (stranieri per modo di dire, i concittadini europei non sono mica stranieri).

A proposito dell'autore

Giorgio Sirilli è dirigente di ricerca presso l’Istituto di ricerca sull’impresa e lo sviluppo (CERIS) del CNR. Economista e statistico, si occupa di politica scientifica e tecnologica, economia del progresso tecnico, indicatori della scienza e della tecnologia, management dell’innovazione, risorse umane per la scienza e la tecnologia, dimensione territoriale dei processi innovativi, valutazione della ricerca. Ha svolto attività di ricerca allo SPRU, Università del Sussex, Regno Unito e all’OCSE, Parigi, ed ha insegnato in varie università italiane e straniere. E’ autore di oltre 200 pubblicazioni scientifiche, tra cui il libro Ricerca e sviluppo. Il futuro del nostro paese: numeri, sfide, politiche, Il Mulino, Bologna, 2005. Presidente del Gruppo di esperti nazionali sugli indicatori della scienza e della tecnologia dell’OCSE (1984-2002) e del Consiglio scientifico dell’ “Osservatorio sulla scienza, la tecnologia e le qualificazioni” del Ministero della ricerca e dell’educazione del Portogallo.

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