Palermo
Dopo la Linguistica testuale dell’italiano (Il Mulino 2013), Massimo Palermo propone per lo stesso editore un non meno impegnativo (e accattivante) manuale di Linguistica italiana (pp. 360), destinato agli studenti universitari e a chi, curioso, voglia affidarsi a un testo di riferimento su tale disciplina.

Quali le caratteristiche di questo volume? In primo luogo, in quanto “manuale”, si tratta di un testo sistematico, ordinato, che organizza i concetti fondamentali di una disciplina, in modo problematico, non piatto, non senza spunti (terminologici) personali, per destinatari non-specialisti, ma suscettibili di diventarlo, magari, affascinati dal testo. Testo quindi pedagogico con esercizi, chiave, schemi, indicazioni bibliografiche pur selettive e funzionali di approfondimento. E di consultazione grazie agli indici finali dei termini e dei nomi. E ancora di gradevolissima lettura.

In secondo luogo, in quanto testo di una disciplina scientifica (“non dura”) quale la “Linguistica”, presenta una teoria sul linguaggio (ragionevolmente eclettica) semplice, coerente, adeguata all’oggetto e adatta rispetto ai “laici” destinatari.

In terzo luogo, l’oggetto del manuale è principalmente la lingua italiana, nella sua “architettura”, cioè nella sua polimorfia. Il testo presenta una fisionomia teorica ben netta, distinguendosi da altri manuali con analogo titolo ma ancora troppo legati alla prospettiva della “Storia della lingua italiana” (qui naturalmente non esclusa, ma opportunamente ridimensionata).

Dal momento che la lingua nazionale rientra nel “repertorio verbale/linguistico” dell’Italia, con i dialetti e le parlate alloglotte (minoranze storiche e neo-minoranze), alla fine l’oggetto selezionato in questo manuale non è solo l’italiano ma il repertorio plurilingue dell’Italia. La lingua italiana, nella sua architettura, fa naturalmente la parte del leone. In prospettiva sincronica “Le strutture dell’italiano d’oggi” occupano la Parte I (pp. 17-156) quasi il 40% del testo. L’analisi riguarda i livelli della fonetica/fonologia (pp. 17-40), della morfologia flessiva e lessicale (pp. 41-68), della sintassi frasale e testuale (pp. 69-118), e del lessico nella sua stratigrafia (storica) e strutturazione (sincronica) (pp. 119-56). La polimorfia dell’italiano è quindi analizzata nell’ottica storico-diacronica (Parte II “L’italiano nel tempo” pp. 157-95, circa il 10% del volume), ovvero una sintetica storia sociale dell’italiano. Il punto di vista della situazione (“diafasicamente”) caratterizza il cap. su “L’italiano nello spazio sociale e comunicativo” (pp. 195-232, il 10% del testo), ovvero (i) scritto/parlato/trasmesso (“diamesia”), (ii) italiano standard e neo-standard, (iii) lingue settoriali/speciali, mass media, narrativa, italiano scientifico. La variazione geografica (“diatopica”) sugli italiani regionali è invece marginale (pp. 234-35, 247-52 = 1,5%) inglobata com’è nella presentazione dei dialetti e minoranze linguistiche, e quindi del repertorio verbale (pp. 233-63, circa l’8% del testo). Un ampio spazio è invece riservato al neo-repertorio verbale, per via della presenza di neo-alloglossie (pp. 301-25, circa il 7% del volume) e all’italiano in contatto col mondo (pp. 263-99, circa il 10% del testo): assai ricco di dati, esempi e di storia sociale. Rimane sostanzialmente al margine – in prospettiva teorica – la variazione sociale, sub-standard, qual’è l’italiano popolare “dei semicolti” (p. 215), pur infiltrato in più luoghi (pp. 273 “rudimentale italiano”, 278, 160, 190, 198, 206, 249 “strafalcioni”, 283, 290 “italiano pericolante”).

Il punto di vista del linguista nell’analisi dei fatti linguistici è descrittivista, ma rimane qua e là una propensione neo-purista, per es. nella presentazione della nozione di “norma” (pp. 203-4), basata non sull’uso dei parlanti colti, non-popolari, ma spesso sul soggettivissimo criterio di “accettabilità” (invero giudizio del grammatico). Così per es. nel caso di redarre ‘redigere’ ritenuto “un errore” (p. 59) malgrado per il GRADIT solo di “basso uso” e a dispetto di usi illustri (di accademici o sulla pagina letteraria del «Sole 24 Ore»), ma non nel caso dell’indicativo pro congiuntivo in un “registro più o meno formale” (p. 55). L’A. si sofferma sì sul “punto dinamizzante” (pp. 111-12) ovvero sull’enfopunto. Ma scarta (p. 115) invece la “virgola tematica”, non sintattica, dopo il soggetto, spesso pesante (un es. pirandelliano: Tutti, ci credono! Questa è la mia fortuna!). La prospettiva dei doni stranieri, in part. degli anglicismi, è quella logicistica dei “prestiti di necessità” (per es. speaker pp. 202, 220, marketing p. 216, mass media, i media p. 218, docufiction, infotainment pp. 219, 222, network p. 220, talk show, reality show pp. 221, 222, tag, hashtag p. 224) rispetto ai prestiti definiti “di lusso” (per es. manager, welfare, spending review, jobs act p. 228), come se le esigenze espressive e il “prestigio” non fossero alla base del funzionamento delle lingue (pp. 142, 144). “Strafalcioni” (p. 274) sono etichettati gli ess. di italo-americano carro, storo, bisinisse. Ma, condivisibilmente, l’A. mette in guardia contro l’uso esclusivo dell’inglese (p.229) al posto dell’italiano in istituzioni pubbliche come l’Università. La “norma” di Eugenio Coseriu è assimilata alla norma neopuristica. Per Coseriu invero la “norma” è costituita da tutte le realizzazioni del sistema linguistico, sia dei parlanti colti che di quelli ‘incolti’. Sicché un enunciato, tipico dell’italiano popolare, come Se avrei tempo, mi iscriverei a un corso di cucina (p. 204) rientra, secondo la concezione coseriana, nella “norma” (popolare).

Per il lettore tradizionale, che ha familiarità con la grammatica tradizionale spesso angustamente puristica, la lettura di questo testo non può che aprirgli prospettive di grande respiro quanto a fenomeni spesso esclusi dalla sua attenzione o a spiegazioni non banali, un solo es. a me la sua idea non mi convince (p. 210), di uso pan-italiano. E in genere tutta la sezione sulla sintassi testuale è ricca di fatti ampiamente ignorati (o censurati) dalla grammatica tradizionale.

Insomma, un testo in grado di arricchire cognitivamente la mente di docenti, discenti e persone colte.

Diffondi la notizia!Share on FacebookShare on Google+Share on LinkedInTweet about this on TwitterEmail this to someone

A proposito dell'autore

Docente di linguistica generale all'università di Catania

Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di linguistica generale (Università di Catania), è stato pres. del corso di laurea in "Culture e linguaggi per la comunicazione", fa parte della direzione del "Bollettino del Centro di studi filologici e linguistici siciliani", del comitato di redazione "Le Forme e la Storia", e collabora a importanti riviste italiane e straniere di linguistica. È autore di circa 400 saggi e di numerosi volumi, tra cui i più recenti sono Per una grammatica ‘laica’. Esercizi di analisi linguistica dalla parte del parlante, UTET 2010; Scrivere per gli Italiani nell'Italia post-unitaria, Cesati 2013; Dove va il congiuntivo? Il congiuntivo da nove punti di vista, UTET 2013.

Post correlati

Scrivi