Quando ero ragazzino amavo i film western (a dire il vero mi piacciono tutt’ora): mi appassionava la loro nettezza, i contorni forti e nitidi con cui si discriminava il bene e il male, la capacità con cui il positivo riusciva ad emergere dai bassifondi del negativo e scrollarsi di dosso le sozzure, per risplendere fulgido, esempio e modello di coloro che credevano nella bontà, nella giustizia, nella correttezza, nella lealtà incarnate dall’uomo rude e forte, ma in fondo dal cuore tenero, che si affermava ovunque e comunque col volto dei John Wayne, Gregory Peck, Gary Cooper.

Mi affascinava anche il volto oscuro del male, la sua gratuità, il suo essere senza ragione, primigenio come una forza della natura e di fronte al quale non bisognava domandarsi il perché, anzi era inutile, perché non si può capire ciò che è immotivato e ha la ragione solo in se stesso. E il male era tutto dall’altra parte: gli “indiani”, gli “altri”, agivano solo in ragione di una nativa spietatezza, senza intelligenza e cocciutamente in opposizione alle buone maniere e alle giuste rivendicazioni dei bianchi: di avere una terra tutta per sé, da colonizzare e “civilizzare”, levandola loro, di occupare le loro praterie, di ammazzare i loro bisonti.

Ma poi cominciarono ad uscire i film in cui gli “indiani” cominciavano ad avere un volto, i loro feroci guerrieri ad avere famiglie e ad essere affettuosi padri dei loro figli, a conoscere il dolore e la felicità, l’amore e l’odio, la lealtà e l’onore. E quando si cominciò a vedere il West non più come la motivata e giusta conquista del popolo più buono, più giusto, più bello e con il retto e vero Dio che ne guidava le mani, ne orientava la mira e ispirava la giusta pressione sul grilletto; quando – con film come “Soldato Blu”, “Piccolo grande uomo” e tanti altri – gli “indiani” diventarono i “nativi” e li si vide ora come un popolo che difendeva le proprie terre, la loro vita, le proprie tradizioni e che quindi poteva pur avere delle “ragioni” per il proprio comportamento, allora il male finì di essere tutto nero e tutto dell’altro: il chiaroscuro prese il sopravvento, le sfumature occuparono la scena e non fu più possibile dividere il torto dalla ragione con un taglio netto.

Diventava difficile e poneva a disagio questa nuova visione, questa presa di consapevolezza; rendeva la vita meno morbida e impediva il rifugiarsi nella agevole spiegazione del male come l’abisso del senza ragione; insinuava il tarlo del dubbio e metteva in discussione le certezze. Non ci si sentiva più sicuri con chi bisognava prendersela: era necessario un surplus di riflessione, di pensiero. E pensare stanca, così come il lavorare. Era assai più comodo e riposante stipare tutte le ragioni e i dubbi nel nero sacco dell’irrazionale, del “senza senno”, dell’assurdo, e così catalogare semplicemente e direttamente, senza esitazioni, come il Negativo tutto ciò che non piaceva, che non si lasciava inquadrare nel mirino dei nostri valori morali, dei nostri costumi, delle nostre regole del vivere civile.

L’epopea del Far West è finita e i suoi film non hanno più il fascino di una volta: l’han fatta tramontare la nuova consapevolezza critica che se ne è via via acquisendo, facendo scolorire il mito che ne scaturiva insieme ai valori forti, certi, indiscutibili che essa era in grado di trasmettere. Ma non è ancora stata sconfitta la mentalità che vi stava alla base e che ne aveva decretato il successo: essa è trasmigrata, si è trasferita in altre contrade e ha eletto altri soggetti come eroi negativi, contro i quali dirigere il proprio odio, per sentirsi gratificati dall’essere dalla parte del giusto, del bene, ancora del vero Dio. E daccapo si ignorano le ragioni, le cause, privando l’altro di spessore umano per ridurlo a un semplice automa senza coscienza, sentimenti e valori, al solo servizio del maligno, della demonìa imperitura e sempre presente. Abbiamo anche noi bisogno di un “Piccolo grande uomo”; e invece abbiamo troppi uomini che sono solo tanto, tanto piccoli.

A proposito dell'autore

Docente di Filosofia

Professore ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Catania. È stato direttore del Dipartimento di Processi Formativi dal 2006 al 2010 e coordinatore del Dottorato di Ricerca in “Scienze umane” del Dipartimento di Processi Formativi, in cooperazione con la Mississippi State University e la University of Nevada, Reno. Attualmente è Presidente della Società Filosofica Italiana. Ha recentemente pubblicato Maledetta università. Fantasie e realtà sul sistema della ricerca in Italia (Di Girolamo 2011), che è anche il frutto di una ricerca europea sulla società della conoscenza.

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