di Andrea Rondini

Marcello Verdenelli scrive un nuovo capitolo della sua lunga fedeltà a Dino Campana, una delle voci di più lancinante grandezza del Novecento poetico europeo. Il volume si pone sotto la metafora del transito, spirito-guida di un’analisi che costruisce una fitta ed originale rete di legami attorno all’autore dei Canti Orfici. Sulla scia di Jankélévitch, tale paradigma interpretativo pone lo scrittore in unaVerdenelli interdiscorsività culturale di lunga durata; nel caso di Campana, il poeta di Marradi si ibrida con le più grandi esperienze letterarie coeve (Proust), con scrittori italiani di fine millennio (Tabucchi, Merini), con altri generi espressivi (la pittura e la fotografia), addirittura con eventi sportivi (il ciclismo). La stessa poesia degli “Orfici” cerca di aprirsi un varco in direzione dell’espressività musicale. Davvero molto ricca la costellazione di riferimenti iconici (Mantegna, Vermeer, Velázquez…) che il metodo culturologico di Verdenelli adotta, non vincolandoli alla menzione diretta da parte di Campana, opportunamente affrancato da una gabbia meccanica di fonti; anche il corpus epistolare campaniano viene analizzato come vettore simbolico e depositario di densità testuale e non solo come contenitore autobiografico: la lettera transita verso la letteratura.

Il libro approntato dallo studioso risulta tanto acuto quanto compatto, visto che alcuni tratti caratterizzanti ne scandiscono la partitura critica e lo portano a toccare la struttura del racconto esegetico. Si consideri in proposito che il transito è metodo e al contempo tema (per esempio, la corsa ciclistica di “Traguardo”) e si pensi inoltre alla dialettica tra “studium” e “punctum”, ripresa da Barthes, ma declinata in modo specifico su Campana, che – sembra voler suggerire Verdenelli – deve essere considerato non solo oggetto ma anche soggetto di “punctum”, vale a dire suo aurorale e geniale teorizzatore. La sistole-diastole “studium-punctum” viene applicata nella sensibilissima analisi delle fotografie che fissano il volto del poeta e che raccontano la storia della perdita del “punctum”, dell’aura, azzerata nella fotografia dell’ultimo irriconoscibile Campana sorvegliato e punito in manicomio; lo stesso cromatismo legato al giallo è nei “Canti Orfici” (“Arabesco Olimpia”) l’emblema del “punctum”, la traccia che può forse far intravedere il transito e il passaggio, o ne ricorda la perduta scia, di un altrove del senso e della bellezza. Allo stesso modo, diviene un colore assoluto il giallo del piccolo lembo di muro dipinto da Vermeer nella “Veduta di Delft” che Bergotte, nella “Recherche”, contempla in limine mortis, ormai risucchiato dall’Altrove definitivo.

Ma si pensi anche agli assi semici dell’apollineo e del dionisiaco, del costruire e distruggere, del movimento perenne, elementi che si coagulano nel sintagma «S’annoda si snoda» della già citata “Traguardo”. Tuttavia Verdenelli è molto attento a non portare Campana in zone di disseminazione nichilistica che tale poetica potrebbe innescare e a collocarlo, invece, in una dimensione di ricerca di senso, fuggevole (o proustianamente fuggitiva) e fluida, ma pur sempre enzima che àncora il discorso poetico e getta un ponte verso una richiesta palingenetica di verità: ci sarà sempre, quindi, magari visibile solo in un lampo, da una zona di deiezione, un lembo di muro giallo (e non a caso Vincenzi dedica pagine penetranti alla fenomenologia del limite in Campana). La ricerca di un residuo auratico, accomuna “L’invetriata” e “Sogno di prigione” dei “Canti Orfici” a “Ballatetta in Toscana e altrove” in “Racconti con figure” di Tabucchi, scrittore tra l’altro fortemente affascinato dalla pittura.

Miglior transito di questo saggio di Verdenelli all’interno della poetica campaniana il lettore non poteva trovare, ad illuminare una poesia che è autentico sillabario della contemporaneità, l’epoca, si badi, liquida e fluida per eccellenza, dello “stream of consciousness” e poi dei “passages” di Parigi in cui a fluire sarà, sempre più, la fantasmagoria della merce.

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