Un vecchio detto popolare recitava “la pubblicità è l’anima del commercio”. Si intendeva, ovviamente, che il corpo fossero gli affari, il profitto. Bene, se le cose stanno così ne ricaviamo, per abduzione, che se c’è pubblicità allora molto probabilmente c’è commercio. Da cui ricaviamo, ulteriormente, la convinzione che se la comunicazione politica si è configurata come comunicazione pubblicitaria allora l’azione politica, la praxis si è ridotta al rango di commercio.

Pensate che una volta il significato del termine “prassi”, quando applicato alla politica, annetteva come necessaria una parte del significato del termine “etica” (che non è “morale”).

Sebbene si possa ammettere che il commercio sia dotato di una sua dimensione etica, difficile a definirsi ma indubbiamente presente, certamente questa si pone ad un livello diverso rispetto a quello in cui si pone un’etica dell’agire politico: il problema di come bilanciare la soddisfazione del bisogno del mio cliente con il mio interesse, da una parte; il problema di come modificare il mondo per accrescere l’area della felicità e del benessere sociale, dall’altra.

Quando la comunicazione politica sembrava avviluppata dentro un linguaggio oscuro, criptico, pieno di ossimori e di paradossi, svolgeva in realtà la sua funzione di rappresentare nei discorsi pubblici ciò che a stento poteva dirsi nella dimensione di pensiero: le lente, poderose, ingarbugliate, contraddittorie, epiche ingegnerie sociali e politiche che caratterizzavano il novecento. Rivoli di culture ibride che si affastellavano, che si richiedevano l’un l’altra, che si tentavano in un gioco seduttivo senza fine: la cultura marxista con quella cattolica, la cultura liberale con quella socialdemocratica. De Gasperi, Togliatti, Moro, Berlinguer.

Poi venne la stagione dei “tecnici” della politica (che non sono quelli imprestati alla politica): i Cirino Pomicino, i Craxi, i Forlani, gli Andreotti, i De Michelis. Pensieri semplificati, arroganti, sempre più lontani dall’etica della politica, ma ancora capaci di un rapido sguardo d’insieme.

Dal ventennio berlusconiano ad oggi (oggi compreso!) è la volta dei mercanti. Che hanno trasformato la comunicazione politica in marketing e in gossip. E la prassi politica in commercio. La cui etica è appunto centrata sull’equilibrio fra la soddisfazione del bisogno di un cliente e l’interesse di chi eroga il “servizio” politico.

A questa trasformazione del linguaggio e dell’azione della politica si è adeguata perfettamente la funzione dell’informazione, che produce giornali al traino, che genera un giornalismo di vetrina, che si sostanzia nel modulo unificante del talk show, dove la compresenza di tutti favorisce l’affermazione costante del nessuno!

A proposito dell'autore

Esperto in processi di comunicazione, psicologo

Si laurea in psicologia sperimentale a Roma. Dopo esperienze lavorative nell’ambito psicopedagogico inizia la sua attività in ambito sanitario. Contemporaneamente collabora con l’Università di Roma prima e di Catania poi come cultore della materia. Dal 2003 al 2009 è docente a contratto di psicologia della comunicazione presso la Kore di Enna. Ha pubblicato numerosi articoli scientifici e due volumi, uno su “Le strutture profonde della comunicazione” e l’altro su “il corpo disabitato: fenomenologia del fitness”. Dal 2008 cura i processi comunicativi dell’ASP 7 di Ragusa. Dal 2011 svolge attività pubblicistica per testate on line e la rivista “Le Fate: identità e cultura siciliane”. L’area dei suoi interessi va dalla filosofia alla musica al cinema.

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