L’istituto della cosiddetta ricostituzione del rapporto di lavoro, contemplato dai diversi contratti collettivi nazionali di comparto, consente al dipendente dimissionario di richiedere – generalmente – nel termine di cinque anni la riammissione o ricostituzione del proprio rapporto di lavoro, a condizione che il posto esistente in Dotazione Organica sia ancora vacante. Rimane, è vero, secondo molti, la discrezionalità dell’amministrazione di accettare o respingerla richiesta di restituzione. Discrezionalità che è fatta risalire alla libertà organizzativa della p.a. e di scegliere come meglio ritiene i mezzi di cui avvalersi per il raggiungimento dei propri fini istituzionali. Si deve rilevare, però, che ultimamente le posizione della libertà di decidere positivamente o meno sulla domanda di riammissione, inizia a scontrarsi con alcune decisioni giurisprudenziali.

L’istituto in questione ha avuto rara applicazione nell’era delle assunzioni facili che hanno riempito oltremodo i ruoli delle amministrazioni. Tra gli anni 70/80 e buona parte dei ’90 era davvero raro assistere alle dimissioni di dipendenti pubblici e, ancora meno, a richieste di ricostituzione. In questi ultimi anni, viceversa, i casi si sono moltiplicati, e nel regime assunzionale odierno caratterizzato da vincoli pressoché insuperabili (patto di stabilità, spesa del personale, spesa coprrente, etc), in molti hanno equiparato la riammissione ad una forma di assunzione ex novo, benché non vi fosse alcuna norma a stabilirlo.

Viceversa, secondo altri, ed è la posizione che mira ad affermarsi non vi sarebbe alcuna forma di nuova assunzione ma solo la prosecuzione di un rapporto interrotto. Sotto questo punto di vista le pronunce – come quella in commento – che dichiarano in casi del genere la giurisdizione del giudice ordinario e non di quello amministrativo, rappresentano un elemento di sostegno a tale tesi perché solo le procedure di nuova assunzione appartengono alla competenza dei tar mentre le vicende lavorative successive all’instaurazione del rapporto di lavoro (come quella in esame), rientrano nella sfera decisionale del tribunale del lavoro. Dovrebbe derivarne che la ricostituzione non è una “nuova” assunzione con tutto ciò che ne deriva sotto il profilo dell’applicabilità dei vincoli assunzionali. Si discute in ordine al Giudice competente a decidere sulle ipotesi di dimissioni del dipendente dell’ente locale, seguite dalla richiesta di ricostituzione del rapporto di lavoro, ai sensi dell’art. 26 c.c.n.l. enti locali del 2000 (come modificato dal successivo art. 17 c.c.n.l. del 1° maggio 2001).

Una parte della giurisprudenza ha affermato il difetto di giurisdizione del giudice ordinario in tema di riammissione in servizio di chi aveva dato le proprie dimissioni, così cessando dal rapporto di impiego con il Comune e poi chiesto di essere riammesso nel posto di lavoro prima ricoperto (e ancora vacante). Al di là delle questioni di merito sottese alla questione ricostituzione, va detto che in punto di giurisdizione la Cassazione ritiene che la riammissione in servizio è estranea alla vicenda (che, invece, rientrano nella giurisdizione del giudice amministrativo) proprie della costituzione ex novo del rapporto. Si ritiene in particolare che la domanda di riammissione in servizio non importa l’adozione di atti organizzativi di cui all’art. 2, comma 1, del decreto legislativo n. 165/2001, né procedure concorsuali di cui all’art. 63, comma 4, del medesimo decreto, di guisa che non introduce un procedimento amministrativo, ma una mera proposta contrattuale (in tal senso, cfr. Cass. n. 21660 del 2008; Cass. n. 3360 del 2005, cit.; Cass., Sez. un., n. 9100 del 2005).

A sua volta tale proposta contrattuale, come la Suprema Corte ha avuto modo di statuire, si fonda sull’esistenza d’un precedente rapporto di lavoro ed è estranea, pertanto, alle vicende proprie della costituzione ex novo del rapporto lavorativo, quali i procedimenti di selezione per l’accesso al lavoro (cfr. Cass., Sez. un., n. 26827/2009; Cass. n. 3360 del 2005). Ne discende che l’individuazione del giudice cui spetta conoscere delle relative controversie consegue all’applicazione delle norme che regolano l’attribuzione della giurisdizione per i rapporti di pubblico impiego. Nel caso di specie, quindi, trova applicazione ratione temporis la disciplina dettata dall’art. 63 d.lgs. n. 165 del 2001, che attribuisce le controversie relative ai rapporti di lavoro con la pubblica amministrazione al giudice ordinario in funzione di giudice del lavoro. In base a tale normativa il potere dell’amministrazione di disporre la riammissione in servizio si è trasformato da potere amministrativo autoritativo in potere privato, che si esercita mediante atti di natura negoziale che restano tali a prescindere dall’esistenza o meno di margini di discrezionalità dell’amministrazione nel decidere se accogliere o respingere la domanda di riammissione in servizio del lavoratore.

Pertanto, versandosi al di fuori delle materie conservate all’ambito del diritto pubblico ai sensi dapprima dell’art. 68, comma 1, d.lgs. n. 29 del 1993 e, poi, dell’art. 69, comma 1, d.lgs. n. 165 del 2001, la controversia in esame è devoluta al giudice ordinario (cfr. Cass. n. 21660/2008).

Pierpaolo Lucifora

 

 

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