Al Teatro Stabile di Catania, protagonista Luca De Filippo, regia di Armando Pugliese, musiche di Nicola Piovani

 

Numeri del lotto, sogni rivelatori e profezie funeste. La grande drammaturgia di Eduardo De Filippo torna in scena al Teatro Stabile di Catania con “Sogno di una notte di mezza sbornia”. Una commedia scritta nel 1936 – a cinque anni di distanza da “Natale in casa Cupiello”, uno dei gioielli più preziosi della letteratura teatrale italiana – e già portatrice di quel guizzo dolente tipico dell’umanità raccontata da Eduardo che caratterizza i suoi capolavori successivi, come “Napoli milionaria” e “Filumena Marturano”.

 

Il figlio Luca ha avviato ormai da quasi venti anni un percorso di riscoperta dei testi del padre, anche di quelli meno frequentati, all’interno del quale si colloca la pièce umoristica che andrà in scena dall’1 al 6 aprile alla sala Verga dello Stabile etneo.

 

Prodotto da Elledieffe – Compagnia di Teatro Luca De Filippo, il nuovo allestimento è realizzato da nomi di spicco del panorama artistico nazionale: il regista napoletano Armando Pugliese, che nel corso della sua lunga e brillante carriera ha lavorato a molti spettacoli della Elledieffe, ne firma la regia; i pluripremiati Bruno Buonincontri e Silvia Polidori curano le scene e i costumi, Stefano Stacchini le luci, mentre le musiche sono composte da uno dei musicisti italiani più noti in tutto il mondo, ossia il pianista e direttore d’orchestra Nicola Piovani.

 

A vestire i panni dei personaggi principali della vicenda troviamo lo stesso Luca De Filippo, nel ruolo del protagonista, accompagnato da un cast di alta qualità composto da Carolina Rosi, Nicola Di Pinto e Massimo De Matteo. Accanto a loro agiscono sul palcoscenico Giovanni Allocca, Carmen Annibale, Gianni Cannavacciuolo, Paola Fulciniti e Giulia Pica.

 

Eduardo trasse questo copione da “La fortuna si diverte”, scritta da Athos Setti nel 1933, la quale fu poi rappresentata nel 1934 da Ettore Petrolini in romanesco con il titolo “La fortuna di Cecè” e da Angelo Musco in siciliano come “La Profezia di Dante”, per arrivare nel 36 al Teatro Umoristico dei De Filippo col titolo e ladattamento che conosciamo.

 

Protagonista è Pasquale Grifone, il quale riceve in sogno la visita di Dante Alighieri. Il poeta suggerisce all’uomo, annebbiato dai fumi dell’alcol, quattro numeri da giocare al lotto, ma sottolineando che essi rappresentano anche la data della sua imminente morte. I numeri predetti da Dante vengono estratti e Pasquale vince una somma considerevole, ma la felicità è offuscata dal dubbio che il poeta avesse ragione anche sulla data della sua dipartita. Il giorno annunciato arriva e la famiglia si veste a lutto: tutti sono convinti che Pasquale stia per morire, anche perché luomo sostiene di sentirsi molto male. Si attende soltanto l’ora stabilita, le tredici, e al suo scoccare Pasquale, preso dal terrore, sviene ed è considerato morto. A questo punto entra in scena il dottore, il quale si rende immediatamente conto che Pasquale è vivo e in ottima salute. Preso dall’euforia per aver scampato il pericolo, invita il medico a pranzo per festeggiare ma questi rifiuta perché ha già un impegno fissato proprio per le tredici. Pasquale e la sua famiglia cercano di convincerlo sostenendo che ormai sia tardi per recarsi all’appuntamento, ma il dottore continua a ripetere che alle tredici mancano ancora cinque minuti…

 

 “Al centro della vicenda – spiega il regista Armando Pugliese – c’è il popolare gioco del lotto, ma qui la scommessa si pone fra la vita e la morte e i rapporti sono fra il mondo dei vivi e il mondo dei morti. Nello sviluppo della commedia è inoltre presenza sostanziale la comunità dei familiari e degli amici, stretta intorno al protagonista ed al suo dramma forse più per egoistico interesse personale che per solidarietà e sostegno, una comunità grazie alla quale Eduardo ha potuto declinare il carattere corale e sfaccettato della sua drammaturgia. E poi, soprattutto, cè il finale che non chiude, ma rilancia una sorpresa che non si consuma mai, fra gioco dellesistenza e gioco della scena”.

 

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