La penna di Emilio Salgari per raccontare e raccontarsi. Il monellaccio per eccellenza, Gian Burrasca, sognava l’“aiutino”, perché va bene l’idea, vanno bene i fatti, ma poi l’arte dello Storytelling è tutta un’altra cosa. Anche quando non si chiamava così.

“La scelta”, diretto dall’ex commissario Corrado Cattani, è un film e come tale va giudicato. Errore di sostanza sarebbe issarlo sulle spalle di una storia vera o verosimile che ha per protagonista una donna che subisce violenza. Altrettanto grave sarebbe introdurre attributi pirandelliani (il film è liberamente tratto da “L’Innesto” di Luigi Pirandello). Sono andato al cinema non in ospedale, a teatro, o a far visita a una coppia di amici. E il cinema è arma potente e bla bla bla. Per dirne qualcuna, conosciamo la storia americana grazie all’epopea western. Franco Cardini scriveva che non odiamo abbastanza Stalin perché di film su di lui ce ne sono pochi. Nei Cinquanta l’Italia degli arricchiti la raccontano le commedie, mica lavoratori e intellettuali.

Non mi piace il modo di fare cinema di Michele Placido. Ha parecchi limiti tecnici. Troppe pause riempiete con robetta da nulla. Effettacci che significano poco: rallenty o insipide accelerazioni. Per qualcuno è stile, per me mancanza di talento. Racconta la tua storia e lascia perdere il resto. Concentrati sui dialoghi e risparmiaci i primi piani obbligati di Ambra Angiolini o dell’inespressivo Raoul Bova. La poesia la fai, non la cerchi per novanta minuti.

La storia, triste, è quella di una coppia che cerca di avere un figlio. Lei subisce violenza, poi scopre di essere incinta: a questo punto che si fa? Placido fa in modo che il suo punto di vista, un po’ ruffianotto, coincida con quello della donna – cioè di Ambra – decisa ad avere un figlio. Costi quel che costi. Nevroticamente a difesa della libertà di essere mamma. Il mio di punto di vista non è conservatore – me ne fotto dei conservatori – ma se hai famiglia due paroline da un marito pervaso da mille dubbi sarebbe bene ascoltarle. Anche se si tratterà di inevitabili sciocchezze.

Film per femmine più che femminista. Un bambino deve avere mamma e papà, dicono Dolce e Gabbana – non sono d’accordo per quello che conta – su quali siano però abbiamo perso le coordinate. Non mi lamento. A Bova, Placido destina la parte del “poveraccio”, non ce ne voglia, resta pur sempre il migliore dei non-attori dell’ultima generazione di non-attori italiani, le cui speranze per il futuro, i cui progetti – secondo certa ideologia a sognare sono solo le donne – vengono presi a borsettate dai conflitti di una protagonista per contratto. Non so se Placido ha capito di aver confezionato un film violentissimo. La violenza la patisce anche Giorgio, il marito, al quale come uomo non è data possibilità alcuna se non quella della carezza finale. Ovviamente, nulla è paragonabile allo shock subito dalla protagonista e Placido lo sa bene.

Se l’ex Corrado Cattani fosse un buon regista, paragonerei il film a un’opera di Puccini. L’impotenza del marito è per certi versi la continuazione della debolezza ontologia della donna d’inizio Novecento. Che lo dico a fare? Parte già battuto. Ecco: se c’era bisogno di un film per farci capire che all’interno della coppia (parliamo sempre di coppia!), il peso seppur simbolico dell’elemento maschile è ridotto a zero, questo è un capolavoro. Ma non ce n’era affatto bisogno. Ovviamente, Placido ha scelto simultaneamente la forma peggiore e più facile per raccontare quel che voleva raccontare.

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