“Una parabola aperta alla fantasia. La Pallavolo in Palermo” è il libro che rende omaggio alla Signora dello sport, una parabola d’affetto che attraversa la Sicilia

PALERMO – Non ha mai amato gli orpelli di nessun genere e quando prende il microfono per ringraziare lo fa con la solita fermezza. Usa le parole e le deposita nel cervello di chi l’ascolta.

La pallavolo e la vita. Vorrei che ognuno ricordasse il momento esatto in cui questo sport si è intersecato con la propria. Per me è stato nell’ottobre del 1949”, dice .

fotovolley2Sono passati 65 anni ed  eccola la Signora della pallavolo, Liliana Pizzo, che con fierezza ringrazia e sottolinea la signorilità (e lo ripete spesso) del mondo pallavolistico palermitano. E’ l’orgoglio che del tempo che passa, lo rivendica anzi il passato, snocciolando date. Il tempo andato è la vera ricchezza.

A quasi 80 anni conserva intatto un modo di essere unico. E’ senza cappotto, come sempre, come quando anche d’inverno arrivava in palestra in tuta e t’insegnava ad essere forte, a ripetere i mille palleggi a muro, a ricominciare d’accapo anche se la palla cadeva al novecentonovantesimo.

E’ arrivata a Palermo con la figlia Donatella perché nell’opera sontuosa che hanno scritto Ario De Giovanni e Vittorio Di Simone “Una parabola aperta alla fantasia. La Pallavolo in Palermo”  la storia del volley del capoluogo s’interseca con le Pizzo: un capitolo importante in cui le due città s’intrecciano. C’è anche il Professore Italo Rapisarda, temuto e venerato da generazioni di pallavolisti etnei, lontano dalla panchina da anni ma riconosciuto, esaltato.

La sfilata delle ex avversarie  delle Pizzo  è costellata di abbracci. Ci si ritrova con gli occhiali per leggere  in mano , con i capelli striati di bianco e con  il tipico modo di camminare strano  che unisce le pallavoliste  e che diventa una sorta di marchio.  La Signora Pizzo riceve i ricordi di ognuna delle  ex atlete che come un   rosario ripetono “con voi perdevamo sempre”. Lei risponde a tutte  e  ci si  chiede chissà come fa a ricordare le partite, non solo le giocatrici ma anche le caratteristiche tecniche di ognuna.  Verrebbe da domandarglielo il segreto ma chi la conosce lo sa: per lei non c’è un modo diverso di guardare le cose importanti se non con attenzione e cura. Ciò che non guarda non è  degno di nota .  Nessun orpello anche quando la sfilza di ex giocatori la ricorda come “maestra”. E’ una giornata particolare di uno sport “sociale”, di uno sport che unifica due città che sulla pallavolo hanno avuto una storia nazionale – ripetono tutti.

Donatella  sorride e rivede le avversarie di scontri epici in cui per Catania e Palermo  ogni partita sembrava vitale. Fiera della sua commozione applaude e ringrazia per un pieno di emozioni e guarda la sala di Villa Ciprì gremita di sportivi del passato che con i loro ricordi si emozionano senza retorica. Manca Tiziana Pizzo, tutti chiedono di lei.

Gli interventi ricordano gli anni passati a schiacciare in strutture fatiscenti uguali ad oggi come  sottolineano gli ex volleisti anche al sindaco di Palermo Leoluca Orlando che annulla gli altri impegni e resta seduto per tutta la durata dell’incontro. Il palazzetto dello sport crolla: salviamolo, per favore. Soldi non ce ne sono – dice il sindaco – ma il nome di Palermo è  vostro, vi sponsorizziamo, ecco. E consegna la lettera ad Ario De Giovanni. Applausi e ricominciamo dalla base, dai vivai. Il libro è un lavoro corale realizzato con la sottoscrizione di chi non vuole disperdere pezzetti di memoria in cui c’è un padre, una figlia, una madre che  ha giocato a volley. Ci si ritrova dopo anni, la memoria ha una prova.

“Le persone passano, la scrittura resta”,  dice con cipiglio  Vittorio De Simone che conclude un giornata la cui memoria, parafrasando il titolo, è l’unica parabola che riuscirà a non scendere.

di Cinzia Zerbini

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