Ieri si è suicidato un altro appartenente alle Forze dell’Ordine, buttandosi sotto un treno a Faenza, i giornali non dicono che dall’inizio dell’anno sono decine le vittime di questa strage. Riportiamo l’intervento di Igor Gelarda e William Pacelli dirigenti del sindacato di Polizia Consap.

Se confrontato con  quello di altre  nazioni il tasso dei suicidi in Italia è fortunatamente basso[1], per quanto sapere che circa 4000 persone all’anno si tolgono la vita nel Bel Paese è comunque triste. Recentemente i giornali hanno dato molto spazio a suicidi e tentati suicidi collegati alla crisi economica, con un tasso in aumento, addirittura raddoppiato, negli ultimi 3 anni.

Ma esiste una tragedia nella tragedia, un’ecatombe silenziosa, di cui giornali e televisioni parlano poco e con un certo imbarazzo: i sucidi degli uomini appartenenti alle Forze dell’Ordine e dell’Esercito. Premesso che il suicidio è da considerarsi tra i gesti più complessi che possa compiere un essere umano, e che le cause sono sempre di difficile lettura, è ormai riconosciuto che togliersi la vita non deriva unicamente da un disagio individuale, ma anche da un malessere legato alla società. Nel caso di suicidi tra i componenti delle Forze dell’Ordine/militari accettare il coinvolgimento, seppur in senso lato, delle Istituzioni è difficile e impopolare, sia da un punto di vista delle responsabilità, che delle misure di prevenzione che andrebbero adottate.

Non possediamo dati precisi sull’entità del fenomeno. Esercito e Carabinieri hanno delle statistiche ufficiali (dal 2003 al 2013 ci sono stati 241 sucidi complessivi nell’Esercito, di cui 149 Carabinieri), mentre per la Polizia di Stato, per la Finanza e penitenziaria[2] non abbiamo dati ufficiali. Certo è che nell’ultimo quinquennio il trend sembra essere peggiorato, e le notizie di cronaca degli ultimi mesi lo dimostrano.

Ma tra i Carabinieri, per i quali come dicevo possediamo dati certi, il tasso di suicidi è di circa 4 volte più alto rispetto alla media italiana [3], e riteniamo che per le altre forze di Polizia i dati non si discostino molto da quelli dell’Arma.

Un poliziotto, un’appartenente alla penitenziaria, un carabiniere sono cittadini come tutti gli altri e le ragioni di un gesto così estremo sono simili a quelle di chiunque altro. Almeno in parte,  perché alcune delle cause di una disperazione così profonda affondano le loro radici proprio nel tipo di lavoro che svolgiamo e nelle strutture complesse e fortemente gerarchizzate di cui facciamo parte.

La crisi economica ha colpito tutti, anche noi. Quando hai una famiglia, due figli, la casa in affitto ed un solo stipendio (1.300- 1.500 euro), che nell’immaginario collettivo è uno stipendio sicuro, cominci ad impegnare il tuo salario con i prestiti, la cessione del quinto, la rata per pagare l’apparecchio dentale o il calcetto per i bambini. Badiamo bene, noi ringraziamo Dio per questo stipendio e sappiamo quanto siamo fortunati rispetto alla tragica situazione occupazionale in Italia,  ma  finiamo per essere stretti nella morsa dei debiti, nell’impossibilità di dare una risposta ai bisogni dei nostri figli, che come tutti gli altri (anche voi che ci state leggendo), sanno che abbiamo uno stipendio assicurato. Ma se con questo stipendio sicuro devi affrontare anche un fuori programma,  di quelli dolorosi che la vita riserva (un figlio disabile o una malattia complessa), allora sei a posto!

Questo stipendio sicuro serve  per pagare il mantenimento a moglie e figli, in caso di divorzi o separazioni, e il cappio si stringe pian piano attorno al collo di chi ha anche perso la serenità familiare! Tutto nella norma se non fosse che la percentuale dei divorzi per la nostra categoria lavorativa è drasticamente più alta rispetto alla media italiana[4].

Le amministrazioni di appartenenza hanno un’attenzione spesso inadeguata verso i nostri problemi familiari. Lenti a trasferirti a casa, passano anni anche per chi era già sposato e con bambini. Chi ha gravi problemi familiari e fa servizio lontano dalla città di origine ha diritto ad essere temporaneamente aggregato a casa. Tuttavia tale beneficio/diritto è dato con parsimonia, anche dinnanzi a casi gravi o urgenti. Vi faccio un solo esempio, ma ne potremmo fare a centinaia, anche in caso di gravidanza a rischio i mariti non vengono mandati a casa prima del 5° o 6° mese di gravidanza, così pure nel caso di pregressi aborti.

È venuta meno lentamente ma inesorabilmente l’idea di gruppo tra componenti delle Forze dell’Ordine: il senso di attaccamento ad una divisa, che ormai sembra non tutelarci più, si è fortemente ridimensionato. Il nostro senso di appartenenza, che era uno dei punti di forza in passato, non è che, nella maggior parte dei casi, un pallido ricordo. E questo ci fa sentire più soli e più a rischio, almeno lavorativamente parlando.

Parliamo dello stress da lavoro accumulato, che ti avvelena ogni giorno[5]. Fare appostamenti di ore, fronteggiare la piazza sapendo spesso che chi manifesta esprime delle necessità sacrosante; vedere video con abusi sessuali ai minori, avere a che fare con  la morte  ti lascia il segno per sempre. Non ci si abitua mai ad affrontare le situazioni drammatiche e così si cambia modo di vedere il mondo, la propria vita e il prossimo. Fotosegnalare e identificare i morti dei disastri dei barconi nel canale di Sicilia è già terribile, ma pensate quando ai nostri colleghi si è presentata davanti agli occhi la scena di una donna incinta annegata, con il feto espulso nell’estremo tentativo, purtroppo fallito, di dare la vita prima di affogare.

I contrasti con i superiori in una struttura militare o simil-militare sono frequenti e sono causa di frustrazioni gravi. Abbiamo un sistema disciplinare formulato negli anni ’80 che prevede ancora punizioni quale la deplorazione (una dichiarazione scritta di formale riprovazione, una specie di crocifissione in sala mensa). E per chi non arriva a pagare i debiti, solo perché con un solo stipendio e tre figli non si arriva a fine mese, la punizione può diventare una sanzione pecuniaria con la decurtazione del quinto dello stipendio. Debiti su debiti, come curare un eritema solare disteso al sole di Mondello a luglio, insomma!

Tanta la frustrazione lavorativa per mancanza di meritocrazia, di riconoscimento dei tanti anni di servizio o dei meriti conseguiti mettendo a repentaglio la propria vita, come in un conflitto a fuoco. Scarse le speranze di avanzamenti di carriera, mentre le conoscenze personali acquisite, gli studi fatti, nella bassa truppa non comportano quasi mai il riconoscimento adeguato.

Dichiarare un  momentaneo disagio psicologico,  fosse anche un problema di tristezza più acuta e profonda, significherebbe essere sottoposto a visita medica obbligatoria, con il rischio di perdere la propria credibilità e in alcuni casi anche lo stipendio in attesa che il momentaccio passi!

Quelle elencate sono possibili concause del fenomeno dei suicidi tra le Forze dell’Ordine sulle quali si può lavorare. Noi non siamo psicologi, e il nostro è il punto di vista dei poliziotti, quello che chiediamo con urgenza è la creazione di una rete di supporto concreto, eliminando l’obbligo di psicologi e medici di segnalare il poliziotto che cerchi aiuto psicologico, (eccetto i casi in cui si riconosca una pericolosità effettiva per il soggetto stesso e per gli altri). Anche questo ci aiuterebbe a sentirci meno soli.

Per superare questa specie di clandestinità mediatica e questo tabù, noi del sindacato di Polizia Consap abbiamo organizzato un convegno a Palermo per il prossimo ottobre su questo argomento, cui parteciperà, oltre a chi vi scrive, il vice presidente della Camera Luigi di Maio ed esperti del settore.

[1] http://www.epicentro.iss.it/temi/mentale/SuicidiItalia2014.asp

[2] http://www.vittimologia.it/rivista/articolo_baudino_2014-02.pdf

[3] http://www.ficiesse.it/public/1967_deliberacobar.pdf

[4] http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=archivio&action=articolo&idArticolo=1794

[5] http://www.laboratoriopoliziademocratica.org/SALUTE/STRESS_E_SALUTE_IN_POLIZIA.pdf

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